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DENTRO UNA PAROLA

Spunti per camminare

4#parola: REGOLE

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Decreti, regole, norme, distanze di sicurezza, misure di protezione, assoluta urgenza, comprovata esigenza, sanzione e e poi un D.P.C.M che considera, notifica, rettifica, conferma, abolisce… e quindi io autocertifico, dichiaro…

Un tuffo in parole ed esperienze abbastanza inedite e allora, come alle volte serve fare, perché non ripartire dal significato di una parola? Sono andata a rivedere l’etimologia della parola regola. Il vocabolario online della Treccani alla voce “regola” inizia così: «règola s. f. [dal lat.regŭla(der. diregĕre, propr. «guidare diritto»), che significò dapprima “assicella di legno”»……

L’assicella di legno a cui si riferisce è quella che si usa ancora in agricoltura e anche nelle piante in casa e che serve a far crescere diritto un rametto quando ancora è sottile e fragile o comunque contro il rischio che si pieghi per il peso dei fiori e delle foglie. Mi viene in mente pensando alle orchidee, forse qualcuno più esperto (credo tanti tra voi, non ci vuole molto a essere più esperti di me in botanica e agricoltura…) sa aiutarsi con altri esempi.

E se provassimo a interpretare così le regole che stiamo ricevendo?

Per iniziare cerchiamo di allargare il pensiero, focalizzandoci non solo sulla regola che consegue direttamente dagli ultimi decreti “state a casa” ma cercando di spaziare. Ci sono le regole che nella vita ci hanno dato fastidio, altre che non abbiamo capito, altre che abbiamo infranto, altre che abbiamo dettato noi ad altri e, altre che, rispettate, ci hanno salvato.

Facendo un altro passo dobbiamo riconoscere che ci sono le regole della natura, della fisica, della biologia. E poi le regole sociali, relazionali, familiari… le regole dette e non dette… pare che tutto abbia un modo per “andare diritto” e che lì dove non c’è, come ad esempio in un bambino, questo venga dato, suggerito e alle volte imposto. Certamente c’è modo e modo, ma è evidente che le regole ci sono e servono e credo che tutti abbiamo fatto esperienza che ciò che ci aiuta a vivere rispettando le regole sia assumerle con consapevolezza.

Allora “stai a casa” che regola è? È una regola facile da capire, 3 parole dirette… però evidentemente non facile da attuare per le tante implicazioni che comporta, una tra tutte: non si può uscire. Questo genera immediatamente pensieri, reazioni, preoccupazioni, emozioni… e il rischio è che ci mettiamo nella posizione di chi solo subisce e che tenta di infrangerla.

Proviamo ad esplorarne un po’ il senso partendo dal suo fine: il bene comune, il bene dell’altro e il proprio (e lo sappiamo… in questa pandemia il bene è la vita). Questa regola è come un’assicella che ci vuol far crescere su queste tre coordinate, possiamo dire che questa regola ci può far crescere nelle relazioni, nel rispetto dell’altro, nel valore della vita, nell’amore.

Però non è facile. Lasciamoci aiutare da papa Francesco a capire il perché. Nell’enciclica “Laudato sii, sulla cura della casa comune”, afferma che sembra non sia possibile, a causa dell’egoismo, accettare che la realtà ponga un limite perché l’orizzonte di un “io chiuso” non include il bene comune e fa rispettare le norme solo nella misura in cui non contraddicono le proprie necessità. È solo nella capacità di uscire da sé che si può attribuire alle altre creature il loro valore, che si può diventare capaci di prendersi cura di qualcosa a vantaggio di altri.

Il Papa parla chiaro, cogliendo lo strato di fatica da compiere per amare, ma non ci abbandona in questa denuncia perché, successivamente, proclama la sua fiducia in ogni essere umano, in quanto capace di ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi e così superare l’individualismo. Proclama, con lo sguardo di Gesù, la fiducia in te. E ci presenta anche un’altra assicella, un Altro che sostiene la crescita nell’amore e dona forza nella lotta contro le proprie chiusure: il Signore che continua ad incoraggiare dal profondo del cuore l’apertura al bene, alla verità e alla bellezza.

Allora sembra che per amare non si possa improvvisare o essere spontanei, ma occorra imparare la sapienza di obbedire ad alcune regole (sì, anche “stai a casa”!) che mi orientino ad andare dritto verso l’amore. Ci hai mai pensato? Amore e regole possono diventare alleati. Forse sull’amore ci vuoi stare, ma sulle regole storci il naso.

In questo cammino non siamo soli, ma ci aiuta il Signore…ecco qualche passo di riflessione e azione:

  • Prova a ricordare: quali regole che hai ricevuto nella vita ti hanno reso più diritto, ti hanno permesso di crescere più forte… anche nella fatica di rispettarle?

 

  • Quale bene, verità, bellezza, capacità di reagire vedi germogliare in te e attorno a te, nei tuoi familiari a partire dalla regola che state provando a rispettare di restare a casa?

 

  • Qual è la tua regola di vita? Tu vuoi vivere per te stesso oppure vuoi vivere per l’Altro o gli altri?

 

Testo di sr Cecilia fmGB

per approfondire

Leggi il testo dell’enciclica di Papa Francesco “Laudato si'” specialmente nei numeri 204-208 di cui puoi scaricare il testo

    Ecco un video che ripercorre le parole di Papa Francesco nell’enciclica Laudato si’ :

  Per ridere…sul tema delle regole….ecco un video:

3#parola: INVISIBILE

invisibileFOTO_web

Questo tempo che stiamo vivendo, per molti aspetti subendo, che non abbiamo cercato, né tantomeno voluto passerà alla storia, forse, come la Guerra all’invisibile!
Un “essere”, un virus, invisibile ad occhio nudo, sta piegando e cambiando lo scenario del mondo intero. Tutto ciò a cui eravamo abituati e che amavamo: città piene di gente, strade affollate, locali, bar, chiese, libertà di movimento, rumori, ora tutto è vuoto e avvolto in un silenzio surreale.

 

L’invisibile si rende visibile, un virus si rende visibile riempiendo le stanze degli ospedali, accumulando morti senza funerali, l’invisibile si rende visibile svuotando le scuole, le strade, le palestre, gli scaffali dei supermercati, l’invisibile si rende visibile nascondendoci dietro mascherine, chiudendoci in casa. L’invisibile ci disorienta, ci rende impotenti, l’unico modo per combatterlo è stare, fermi, chiusi, isolati nelle nostre a volte “scomode” case. Saremmo forse pronti ad armarci, a partire per una guerra, a fare, fare, fare…questo invisibile ci chiede di stare.

L’invisibile…
Ci disorienta perché non si sa da dove arrivi: dalla Cina? da complotti americani? da un pipistrello? da Marte? da Dio?

Dio!
Ecco un Altro invisibile, l’Eterno Invisibile!

 

Forse allora questo tempo diventa opportunità per credere all’invisibile! Per credere alla potenza di ciò che non vedo, al profumo di un fiore, per credere all’amore che passa in uno sguardo, nel desiderio forte di un abbraccio che ora trattengo. Forse in questo tempo possiamo diventare capaci di allenare lo sguardo verso l’invisibile, scoprire che in me, nell’altro, l’invisibile è molto più del visibile, che in me, nell’altro, c’è una vita che scorre non vista, un mistero che supera qualsiasi sguardo. Possiamo in questo tempo allenarci a scoprire, come esploratori, come cercatori di tesori nascosti l’invisibile forza dell’amore di Dio che si rende visibile in una culla, in un pezzo di pane, che oggi non mi è dato e di cui forse sento la mancanza, che si rende visibile se lo sappiamo cercare, se so scorgere, oggi, nella mia vita “costretta” semi invisibili di Bene. È un tempo favorevole perché sembra che non possiamo fare nulla, è un tempo favorevole per trasformare questo nulla in vita, in preghiera, in un sorriso da lontano al vicino di casa, una telefonata da troppo rimandata, per stare davvero con le persone con cui abito, per mettere la fantasia e creatività a servizio di altri.Guerra all’invisibile può diventare oggi occasione per fare la pace con il visibile, per smetterla di odiare e incolpare Dio, il virus, il governo o chissà chi per ciò che mi manca e accogliere ciò che c’è, accogliere la mia famiglia, la mia storia, la mia fatica e il bene che posso vedere, che posso fare.

Dice il Piccolo principe che l’essenziale è invisibile agli occhi, ma oggi i nostri occhi vogliono vedere l’invisibile di Dio rendersi visibile nei nostri gesti.

Vogliamo credere che la potenza mite dell’invisibile Dio è più forte della potenza cieca dell’invisibile virus. Alcuni suggerimenti per scorgere l’invisibile nel visibile:

 

  •  fidarmi di chi in questo tempo mi dà indicazioni e suggerimenti anche se non mi piacciono (Governo, Istituzioni, genitori, amici);

 

  • provare a non restare a guardare la realtà sensibile e basta, ma scorgere ciò che conta e che spesso non si vede;

 

  • accogliere in ciò che vedo sotto i miei occhi la bellezza e la piccolezza di un Dio che vuole o opera per il bene.
    Tutti i gesti che farò o non farò mostreranno l’invisibile.

 

testo di Sr Elena Ilaria

per approfondire

  Un bel film per….per vedere oltre il visibile,
per guardare oltre i sensi,

per scorgere ciò che è nascosto, ma c’è! “Rosso come il cielo”

ross

guarda il video della canzone "Invisibile" di Ivano Fossati

La mano del cieco  di Pedro Salinas

I miei occhi vedono sull’albero,

il frutto maturo e fresco.

Le mie mani vanno certe

a coglierlo. Tu però,

tu però, mano di cieco,

che cosa fai ?

La mano gira, rigira

in aria; se si posa

su qualcosa di concreto,

fugge ad un tocco leggero

sensa arrivare mai a coglierlo.

Sempre aperta. E’ che non sa

chiudersi, è che il suo

è un ambire più  profondo

di quello degli occhi, ha

l’ambire di quella sfera

imperfetta che è il mondo,

del frutto per una mano

di cieco, ambire la luce

eterno ambire di stringere

l’inafferrabile.

Quando si stanca di inutili

deliri, tristemente,

se ne va in cerca dell’altra

e s’incrociano le mani

del cieco.

E solo così si calmano,

intrecciate,

legate ansia con ansia

e anelito con anelito.

Mano di cieco non è cieca:

una volontà la comanda,

non gli occhi del suo padrone.

2#parola: LIMITE

limite

 

Chiusi, costretti. Aumentano le restrizioni e facciamo fatica a fermarci, a stare dentro uno spazio, a dirci ‘no, non posso’. Le precauzioni piano piano sono diventate regole e poi…decreti, divieti. Molto velocemente alla nostra vita si sono imposti dei confini, frontiere, delle ‘zone’ pericolose o, in altre parole, dei limiti. E questo ci ha disorientato, sbandato. Non ci siamo abituati perché tutto il nostro mondo obbedisce ad un’altra regola, quella del ‘no limits’. Nella società, nell’economia, nella moda, nei mezzi di comunicazione, nelle relazioni, ovunque risuona l’imperativo: posso tutto se mi va e fino a quando mi va. Vuol dire che ha valore solo ciò che non ha limite, ciò che non si corrompe, ciò che è ‘perfetto’ secondo me, infallibile.

E poi, d’improvviso, ci ritroviamo spogliati, di tante cose: incontri, contatti, abitudini, programmi che saltano… Ci ritroviamo poveri e fragili. Fragili perché ci si può ammalare, fragili perché così isolati si può anche sparire, essere dimenticati. Fragili perché da soli si rischia di affogare in ciò che ‘mi manca’, di guardare solo quello che non ho, quello di cui non sono capace. Al tempo dell’epidemia del coronavirus…che lo accettiamo o no, ci ritroviamo a stare davanti a noi stessi, guardarci allo specchio e, forse, conoscerci senza maschere. Un esercizio bello di questo tempo potrebbe essere proprio il cominciare ad ascoltare la voce che sale dai nostri limiti, dalla nostra fragilità, e piano piano non averne più così paura. Occorre dargli udienza, trovargli un significato, il loro legittimo posto nella nostra storia. Ce lo insegna la natura: dalle potature esce la linfa vitale e da lì, da quella ferita, fiorisce nuova e feconda la bellezza.

Cos’è il limite? è tutto ciò che ci toglie l’aria, il respiro, ci stringe. E’ una diminuzione di vita, di gioia, di speranza, di slancio. Ma facciamo qualche esempio concreto… il primo limite è dato dal fatto che non scegliamo quando e come nascere e quando e come morire…il limite può essere un difetto (ad esempio fisico o legato al carattere, al temperamento), una incapacità, una debolezza (pensa ad esempio a quando cadiamo nello stesso errore o nello stesso peccato…). Riconosciamo il limite quando sentiamo di essere vulnerabili in un certo ambito della nostra vita (ad esempio la difficoltà ad accogliere un fallimento nello studio, o a vivere gli affetti in modo libero), oppure quando con dolore ci accorgiamo che ci manca ‘qualcosa’, un ‘di più’ per essere felici.

Per la sua etimologia limite significa ‘confine’. In realtà è la nostra condizione di creature, è ciò che ci permette di esistere, che ci dice che non siamo degli ‘assoluti’ ovvero che non abbiamo la vita in noi stessi ma che la riceviamo. Di per sé il limite non è qualcosa di negativo, caratterizza, insieme ai doni, la nostra unicità. Tuttavia può essere nocivo e velenoso quando lo trattiamo come un problema da eliminare al più presto. Gran parte della sofferenza che c’è nella nostra vita deriva dall’esserci abituati a trattare il limite come una barriera, quando viviamo rincorrendo il mito dell’autosufficienza e dell’autorealizzazione e ci convinciamo che solo superandolo, solo azzerandolo, raggiungeremo la felicità.

Ci può essere un modo per scorgere nei limiti la chiave del nostro fiorire, della nostra bellezza? Proviamo a fare alcuni passi:

 

  • Dare nome. Provare a individuare quel limite che in questo momento senti più urgente o che stai tentando di ‘camuffare’ con altro.

 

  • Chinarci sul limite con umiltà e pazienza, con tenerezza verso se stessi. Lasciamo da parte la durezza e inflessibilità che abbiamo verso noi stessi e ci sorprenderà piacevolmente la leggerezza e delicatezza che conquisteremo anche nella relazione con gli altri.

 

  •  Lasciarsi amare. Proprio lì dove ci sentiamo senza meriti o qualità…scoprire che l’Amore ci inonda gratuitamente, forse attraverso il gesto semplice e disinteressato di un fratello che ci è accanto. La misericordia di Dio si riversa sulla nostra debolezza, ne è attratta. E se conosci questo Amore, puoi ripetere “quando sono debole, allora sono forte” (2 Cor 12,10).

 

  •  Fare strada. I limiti non possono scomparire ma dobbiamo decidere di incamminarci e con essi fare strada, lavorare pazientemente su noi stessi, accompagnarli a crescere, a maturare. Non sono il finale della storia ma punti di avvio, l’inizio di un percorso che mi fa uscire da me per adare oltre, verso l’ a/Altro. Non sono stop ma insospettabili (ri)partenze. Questo limite dove mi spinge?

 

  • Restare aperti, pronti al nuovo lavorando in sinergia con Dio. I limiti possono diventare quel terreno disponibile dove invocare lo Spirito e, dove, non bastando a noi stessi, finalmente ci arrendiamo…all’infinita fantasia di Dio che ‘traffica ‘sempre con le piccole cose che gli offriamo.

 

  • Gustare l’attesa. Possiamo correre il rischio di vivere il limite come una condanna, un destino. Certo, non lo abbiamo deciso o scelto noi, ma lo ritroviamo nella nostra storia come inciampo, una zavorra, una macchia. Eppure se non lo fissiamo come un nemico ma lo guardiamo come un inconsapevole alleato può diventare il messaggero della più bella notizia: siamo fatti per la pienezza, un ‘tutto’, un ‘per sempre’, un ‘definitivamente’…verso cui sporgersi, verso cui spingere lo sguardo già da qui, da adesso. Finiranno le nostre attese, ciò che ci manca avrà finalmente un senso, verrà riempito, compiuto. E chissà che i nostri i limiti siano quel balcone da cui affacciarsi, con tremore e impazienza, per poter guardare oltre alla Vita vera, che verrà, senza fine.

 

testo di Sr Stefania Baneschi fmGB

Una ragazza ci racconta...cosa FIORISCE in questo tempo!

Ritornate a me con tutto il cuore (Gl 2, 12)

foto marta

foto scattata da Marta

Questo versetto del libro di Gioele, tra le letture del Mercoledì delle Ceneri, racchiude essenzialmente questo momento che stiamo vivendo, per me.

Quando l’ho letto, quel mercoledì, nel mio paese, in provincia di Como, erano già state chiuse scuole, università, chiese, cinema, palestre, eccetera eccetera eccetera. Negli ultimi mesi avevo sempre più perso l’abitudine di dedicare del tempo “pieno” all’incontro con Dio, facendo un po’ di corsa, senza fermarmi mai veramente. Questo invito, arrivato in un tempo così particolare, ha dato una direzione su come (provare) a stare in un questa situazione.

La quarantena, che qui è arrivata gradualmente, si sta dimostrando una grazia, per certi versi. Una grazia, nell’ottica di poter scegliere di fermarsi a fare ordine, a fare silenzio, in ascolto.
Nell’impotenza di fondo che vivo di fronte alle parole di amici che lavorano in ospedale, alle testimonianze che si leggono, alle notizie che ci bombardano con numeri spaventosi, sento che l’unica cosa che posso fare è affidare nel mio cuore tutta la mia compassione, il mio dolore al Signore.

 

Nel profondo del cuore, e nello stare davanti a Dio, ritrovo l’unico modo per fare sì che questo tempo non mi scivoli addosso, ma possa, fosse pure poco, dare frutto. Anche in famiglia non ci sono più grandi impegni o scuse, e la sera ci ritroviamo insieme per il rosario.

 

Non è facile, io tendenzialmente di fronte alle ore libere mi perdo come in un bicchier d’acqua.
Neanche le mille proposte che arrivano da ogni dove su cosa fare mi aiutano molto. Mi sono sentita un po’ sopraffatta, con in testa tutte le cose che ho sempre voluto fare e non ho mai fatto, dicendomi che era il momento per farle tutte tutte tutte, assolutamente.

 

Ecco, no. Cioè, magari sì, ma con calma!
Per ora, cerco di alzarmi ogni giorno e fare una cosa alla volta, e piano piano le giornate prendono il loro ritmo.

Marta (Como)

22 Marzo 2020

altri spunti per approfondire...

 Bellissime riflessioni su fragilità e bellezza li trovi in un articolo di Simona Chierici “Attraverso la fragilità” e di Chiara Scardicchio “Prendersi cura tra fragilità e bellezza”  oppure la testimonianza di Federico De Rosa sul mondo dell’autismo. Trovi  tutto nel sito della rivista VOCAZIONI a cura dell’Ufficio nazionale per la pastorale delle vocazioni.

 Un articolo sulla fragilità di Gesù di Angelo Casati. Vai all’articolo

Il cortometraggio ispirato al libro di Alessandro D’Avenia “L’arte di essere fragili”.

…per pregare….

“ Chiesi a Dio di essere forte per eseguire progetti grandiosi:
Egli mi rese debole per conservarmi nell’umiltà.
Domandai a Dio che mi desse la salute per realizzare grandi imprese: Egli mi ha dato il dolore per comprenderla meglio.

Gli domandai la ricchezza per possedere tutto:
mi ha fatto povero per non essere egoista.
Gli domandai il potere perché gli uomini avessero bisogno di me:
Egli mi ha dato l’umiliazione perché io avessi bisogno di loro.

Domandai a Dio tutto per godere la vita:
mi ha lasciato la vita perché potessi apprezzare tutto.
Signore, non ho ricevuto niente di quello che chiedevo,
ma mi hai dato tutto quello di cui avevo bisogno e quasi contro la mia volontà. Le preghiere che non feci furono esaudite.
Sii lodato, o mio Signore, fra tutti gli uomini
nessuno possiede quello che io ho!”

Kirk Kilgour

vedi le parole precedenti

1#parola: SOLITUDINE

una parola INST

Mentre passano i giorni, i numeri dei contagi aumentano, i divieti pure, ci sentiamo stretti dentro le mura di casa, con sempre meno possibilità di portare avanti le nostre occupazioni, di incontrare persone e stare insieme, tutte cose che di solito ci impegnano durante la giornata e che ci fanno sentire vivi.

Ci alziamo la mattina e ci chiediamo: cosa faccio oggi? Dobbiamo inventarci modi nuovi per passare questo giorno dentro casa.

Ci dicono che stiamo facendo una guerra contro un virus invisibile. Ma è vero? Contro chi o cosa stiamo combattendo? Certamente queste restrizioni che ogni giorno ci vengono date servono per contenere il nemico e per proteggere chi è più debole, cercare il più possibile di non aumentare il numero dei contagi e quindi aiutare chi lavora negli ospedali e sta in prima linea a combattere questa guerra. Tutto qui?

C’è un’altra battaglia che stiamo vivendo. Si chiama solitudine. Combattiamo per non sentirci soli, combattiamo per non ascoltare quel vuoto che sale da dentro e che ogni giorno cerchiamo di tarpare facendo tante cose.

Quanti abbracci, baci dati prima del coronavirus solo per non sentirsi soli, quanti appuntamenti presi con un amico per non ascoltare quel vuoto dentro. Quante attività ludiche o sportive per distrarsi e non pensare. Quante fughe fuori di noi. Questa guerra adesso si fa più dura del solito. Sembra metterci davanti a un bivio: continuare a lottare contro la solitudine riempiendo la nostra giornata di cose da fare: connessioni, lavoro e studio, cibo, film, giochi, intrattenimenti, oppure arrenderci alla solitudine e guardarla come una possibilità per farsi le domande vere.

Prova! Proviamo a stare soli. Proviamo ad ascoltare ciò che portiamo dentro di noi e che ci muove verso un oltre che è fuori di noi. Prendiamo per mano la solitudine: rallentiamo il nostro fare ansioso, proviamo a disconnetterci, fermiamoci a guardare la primavera in arrivo, ascoltiamo il nostro corpo, le nostre emozioni, ascoltiamo il nostro respiro ( paura di morire, paura di ammalarsi, paura di perdere qualcuno di caro, paura di restare soli; rabbia di non poter uscire, rabbia di sentirsi impotenti, rabbia di non poter fare quello che voglio; smarrimento per non sapere come vivere questo tempo, smarrimento verso il futuro), troviamo casa dentro di noi, arriviamo al cuore, a quel luogo dove siamo noi stessi, dove ci sono i nostri sentimenti e desideri profondi (meraviglia perché sono vivo, gusto per un piatto preparato da qualcuno, gratitudine per uno sguardo di bontà o per un attenzione ricevuta, gioia per aver servito e amato chi mi sta accanto, compassione per chi sta soffrendo, desiderio di amare e di essere in quel posto dove poter sprigionare tutta la vita per offrirla a qualcuno)

Cosa resta? Cosa vale? Anche se sto a casa tutto il giorno, anche se non esco e non sto con gli amici, anche se non do un bacio, anche se non posso programmare il mio futuro, anche se non vedo la fine di questa epidemia, posso guardare più in profondità e cercare il fine della mia vita. Per chi vivo? Chi voglio amare? Nella solitudine possiamo fare 3 cose, anzi 4:

  •  restare senza scappare
  • ritrovare il senso delle nostre relazioni: scoprirle come un dono per poter amare ed essere amati
  •  lasciare andare chi o cosa ci serve solo per riempire un vuoto
  •  riscoprire la presenza del Signore che non ci toglie dalla solitudine, ma viene ad abitare là dovevogliamo che sia, con Lui possiamo desiderare una vita piena e protesa nel dono.

 

testo di sr Stefania Letizia fmGB

Altri spunti per approfondire

Una riflessione sul Silenzio di Carlo Carretto

Etty Hillesum e il senso di ogni cosa: ecco alcune citazioni…

per pregare

IO RESTO A CASA, SIGNORE

 Io resto a casa, Signore!
Ed oggi mi accorgo che, anche questo,
me lo hai insegnato Tu
rimanendo, in obbedienza al Padre,
per trent’anni nella casa di Nazareth
in attesa della grande missione.
Io resto a casa, Signore!
E nella bottega di Giuseppe,
tuo e mio custode,
imparo a lavorare, ad obbedire,
per smussare gli spigoli della mia vita
e approntare un’opera d’arte per Te.
Io resto a casa Signore,
E so di non essere solo
perché Maria, come ogni mamma,
è di là a sbrigare le faccende
e a preparare il pranzo per noi,
tutti famiglia di Dio.

Io resto a casa, Signore!
E responsabilmente lo faccio per il mio bene,
per la salute della mia città, dei miei cari,
e per il bene di mio fratello
che Tu mi hai messo accanto
chiedendomi di custodirlo
nel giardino della vita.
Io resto a casa, Signore!
E, nel silenzio di Nazareth,
mi impegno a pregare, a leggere,
a studiare, a meditare,
ad essere utile con piccoli lavoretti
per rendere più bella e accogliente la nostra casa.
Io resto a casa, Signore!
E al mattino Ti ringrazio
per il nuovo giorno che mi doni,
cercando di non sciuparlo
e accoglierlo con stupore
come un regalo e una sorpresa di Pasqua.
Io resto a casa, Signore!
E a mezzogiorno riceverò di nuovo
il saluto dell’Angelo,
mi farò servo per amore,
in comunione con Te
che ti sei fatto carne per abitare in mezzo a noi;
e, affaticato per il viaggio,
sitibondo Ti incontrerò
presso il pozzo di Giacobbe,
e assetato d’amore sulla Croce.
Io resto a casa, Signore!
E se a sera mi prenderà
un po’ di malinconia,
ti invocherò come i discepoli di Emmaus:
Resta con noi, perché si fa sera
e il giorno è ormai al tramonto.
Io resto a casa, Signore!
E nella notte,
in comunione orante con i tanti malati
e le persone sole,
attenderò l’aurora
per cantare ancora la tua misericordia
e dire a tutti che,
nelle tempeste,
Tu sei stato il mio rifugio.
Io resto a casa, Signore!
E non mi sento solo e abbandonato,
perché Tu mi hai detto:
Io sono con voi tutti i giorni.
Sì, e soprattutto in questi giorni
di smarrimento, o Signore,
nei quali, se non sarà necessaria la mia presenza,
raggiungerò ognuno con le sole ali della preghiera.
Amen.