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DENTRO UNA PAROLA

Spunti per camminare

13#parola:NUDITA'

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Uno dei nomi della solitudine di questi mesi è “mancanza di stimoli”. Quelli buoni, belli, che fanno bene e sono come occasione per proseguire nella vita con più sicurezza, leggerezza, certi di essere amati e di poter essere per altri dono; gli stimoli che fanno riflettere su di sé e sugli altri. Penso in particolare a tutta la ricchezza che proviene dagli incontri con le altre persone, sia quelli programmati, attesi e desiderati, sia quelli che ci sorprendono (un amico che non vedevi da anni, un bambino che ti sorride, due chiacchiere con uno sconosciuto in autobus…). Oppure gli incontri che si vivono mentre si condivide un servizio o il lavoro e ci si stupisce di sé nel riuscire a gestire una situazione anche se non ci si sentiva all’altezza oppure per un aiuto che si riceve da un altro da cui non si aspettava niente, un bell’incontro che smonta un pregiudizio. Tutto questo per il popolo della fase 2 non è accaduto per mesi e paradossalmente ci si può trovare più stanchi, più abbattuti, più insicuri. E’ vero che le relazioni e gli incontri possono essere anche un po’ stancanti, compromettenti, ed è vero che richiedono energie ma è altrettanto vero che si riceve tanto e che nel donarsi si scopre di entrare in un circolo per cui più ci si dona più si riceve, più ci si butta più ci si sente attratti e più ci si mette in gioco, più si ha voglia di farlo e le forze non mancano.

La mancanza di questi stimoli ci ha richiesto più energie, potrebbe sembrare paradossale, ma ha creato stanchezza e ci ha fatto sentire più nudi, meno protetti , meno sicuri, forse, di saper affrontare le situazioni e reagire. L’attuale condizione può generare chiusura, sfiducia e spegnere il desiderio di amare e servire. Non è facile convivere con la sensazione di nudità perché si è appunto più esposti, più visibili e fragili.

Una reazione può essere quella di coprirsi con maschere (non mascherine!!!): quella di chi ha capito tutto, di chi non ha paura, di chi è superiore ad ogni emergenza… Quella dell’iperpositivo o dell’ultradepresso, l’iperinformato e l’epidemiologo da oscar, il ligio ad ogni costo e l’irrispettoso superiore a ogni indicazione, il sociologo di grande stile, il silenzioso e il simpaticone… le maschere sono tantissime, ma hanno un prezzo sempre in rialzo. La sicurezza illusoria che producono, crea dipendenza e si vuole sempre soddisfare il pensiero: “è meglio che gli altri mi vedano così, cosa mi invento ora?” però le maschere sono anche fragili e soprattutto costruite su una finzione, su un’apparenza che voglio mostrare celando altro e, tipo buco nero che attrae con sempre più forza, rischiano di diventare ingestibili, troppo pesanti da portare e diventa sempre più difficile mollarle.

Oppure non è detto che ci siamo mascherati ma percepiamo difficoltà, fatica, solitudine e dietro all’angolo il rischio dell’impasse, di non saper scegliere, di subire quello che sta accadendo e sfuggire agli appelli della vita. È difficile afferrare l’oggi perché attendiamo che il presente riprenda la forma del passato (molto improbabile) o che il futuro non ci chieda troppi cambiamenti (altrettanto difficile).

E se una via diversa fosse non coprirsi? E se andasse bene, fosse accettabile o addirittura vincente mostrarsi nella propria verità, cioè nella propria nudità? Così come sei. Come possiamo anche solo pensare di farlo? C’è un episodio nella Bibbia (1Sam 17) che racconta di un giovane ragazzo che ha scelto di sfidare da solo un guerriero dell’esercito contro cui stava combattendo il suo popolo, un guerriero gigante. Davide non era nemmeno in guerra eppure è proprio lui a scegliere di sfidare Golia, il grande Filisteo. Lui era un pastore abituato per questo a scacciare gli orsi e i leoni che provavano a divorare le sue pecore, da questa esperienza trova il coraggio di sfidare Golia.. Resta fermo nella sua scelta anche se tutto è contro di lui, gli altri non vogliono, i suoi fratelli lo giudicano male, Golia lo offende e denigra, il re prova a farlo desistere. Alla fine il Saul, il re, sentendolo così convinto e affidato al Signore, gli procura un’armatura affinchè combatta. Davide si avvicina al nemico ma si accorge che con questa armatura non può nemmeno camminare, si spoglia di essa e abbatte Golia con un ciottolo scagliato dalla sua fionda.

Davide per combattere usa gli oggetti con cui difendeva il suo gregge, non ce l’avrebbe fatta “mascherato” da forte guerriero. E tu? E noi?

 

  •   Credi che in questo periodo la vita ti abbia spogliato di qualcosa a livello relazionale, personale, lavorativo? Cosa ti manca di più? Abbiamo fatto l’esempio della mancanza di incontri… per te quali sono invece gli stimoli buoni che ora non ricevi?

 

  • Prova anche a focalizzare il rischio che corri, cioè quale maschera cerchi di indossare per coprirti e magari evitare di mostrare come stai o chi sei. Già dare un nome è un primo passo per accoglierla e iniziare a distanziarsene;

 

  •  Il brano su cui ti invitiamo a pregare è 1Sam 17, la sfida tra Davide e Golia (in ALLEGATO)

 

testo di sr Cecilia Nanni Costa fmGB

Qui sotto il testo che puoi usare per la preghiera.

Il testo e l’audio della riflessione li puoi scaricare qui sotto.

approfondimenti

Un testo per riflettere…

Spiritualità della bicicletta – Madeleine Delbrêl

 

 

“Andate…” dici a ogni svolta del Vangelo.

Per essere con Te sulla Tua strada occorre andare

anche quando la nostra pigrizia ci scongiura di sostare.
Tu ci hai scelto per essere in un equilibrio strano.

Un equilibrio che non può stabilirsi né tenersi

se non in movimento,

se non in uno slancio.
Un po’ come in bicicletta che non sta su senza girare,

una bicicletta che resta appoggiata contro un muro

finché qualcuno non la inforca

per farla correre veloce sulla strada.
La condizione che ci è data è un’insicurezza universale,

vertiginosa.

Non appena cominciamo a guardarla,

la nostra vita oscilla, sfugge.
Noi non possiamo star dritti se non per marciare,

se non per tuffarci,

in uno slancio di carità.

Un cortometraggio che insegna a valorizzare ciò che si è e che si può fare, accettando la propria nudità… non senza l’aiuto degli altri!

  Ti consigliamo la lettura di una lettera pastorale del Vescovo di Assisi, Mons. Domenico Sorrentino, che parla del famosissimo episodio in cui san Francesco si è spogliato davanti a suo padre. “ora non dirò più padre Pietro di Bernardone, ma dirò Padre nostro che sei nei cieli”. Francesco si spoglia e nudo muove i primi passi nella vita da figlio di Dio, i primi passi verso la vita piena e la santità. Clicca qui per leggere.

12#parola:LIBERTA'

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Cosa immagino quando penso alla libertà? Non penso al tanto atteso “libera tutti”, ma a un nido di uccelli, come se ne vedono tanti in primavera un po’ sugli alberi, un po’ sulla terra caduti e abbandonati. I nidi non nascono già fatti, ma vengono costruiti dagli uccelli con foglie, piume, paglia, erba, muschio ma non solo: gli uccelli costruiscono il nido con tutto ciò che trovano in natura, anche quando si tratta di materiale dimenticato dall’uomo. Lo costruiscono per necessità di deporre le uova, covarle, e poi una volta che nascono gli uccellini, i nidi diventano il luogo dove custodire i piccoli, nutrirli e tenerli fino a quando non spiccano il volo. Certamente è più semplice pensare alla libertà quando si vede il volo di un uccello, è più ovvio che la libertà sia associata a volare!

Invece no, vorrei che facessimo attenzione al nido. Il nido non è un luogo dove vivere e fare quello che vuoi, ma un riparo momentaneo e costruito con quello che si trova in giro, per vite bisognose di cura. Per questo penso al nido quando penso alla libertà.

Ci sono tante definizioni di libertà, molte centrate sulla persona e il libero arbitrio. Prendo questa di Massimo Recalcati che è un pò fuori le righe: “La libertà non è il capriccio, non è l’arbitrio: la forma più alta della libertà è il sentirsi in connessione con l’altro, è la solidarietà”. Libertà come esserci per l’altro. Siamo soliti pensare alla libertà come: faccio quello che voglio, non sentirmi costretto da regole, potermi muovere a seconda di quello che mi piace fare, essere me stesso, farmi da me, assenza di costrizioni, ecc.. Intanto ci sarebbe da discutere se questa è libertà, ma ne abbiamo parlato qua e là in altre riflessioni. Questo modello di libertà mette al centro l’io, gli altri ruotano intorno all’io, gli altri sono in funzione quindi del mio bene, del mio bisogno; questa è una visione che rischia di alimentare il narcisismo.

Il nido mi sembra proprio che sia la connessione temporanea tra due vite, ma che appena non serve più per il bene dell’altro si lascia andare. Il focus sulla libertà che vorrei offrire non è l’io, è riduttivo pensare la libertà in funzione dei miei bisogni, della mia realizzazione, piuttosto il tu, è liberante pensare e vivere la libertà in funzione dell’altro, è liberante uscire da se stessi e vivere per l’altro.

Ma così chi può dirsi libero? Siamo tutti bisognosi di essere liberati da qualcosa per essere liberi di o per… amare.

Non esiste la libertà e basta, ma un cammino dove l’uomo impara ad essere libero di scegliere, lasciando dietro di sé ciò che lo appesantisce e lo intristisce, per andare verso una casa desiderata, perché abitata da Chi lo ha generato e lo ha chiamato per nome. Sempre raminghi cerchiamo questo dove.

Ci viene in aiuto una preghiera, il salmo 83 in cui il pellegrino desidera arrivare, dopo un lungo cammino, a casa, brama gli altri del Signore, là c’è posto per tutti, anche una rondine trova un nido dove porre i suoi piccoli:

Anche il passero trova la casa, la rondine il nido,
dove porre i suoi piccoli, presso i tuoi altari,

Signore degli eserciti, mio re e mio Dio. (sal 83,4)

In questo salmo l’orante desidera il Signore, anela arrivare alla mèta del suo cammino, via da se stesso vuole arrivare al dono di sé, alla sua offerta d’amore. Mentre è nel viaggio della vita immagina la casa del Signore come luogo in cui il suo desiderio troverà riposo. Quella casa è Gerusalemme, la pasqua, il tempio, luogo per eccellenza della presenza di Dio, ma possiamo immaginare anche la Gerusalemme Celeste, un

luogo dove sarà vissuta per l’eternità la relazione piena e definitiva con il Signore e gli altri, luogo dove non ci sarà più dolore, ma solo amore. Luogo dove saremo tutti liberi perché liberati dalla morte!

Presso i tuoi altari Signore, là dove aneliamo arrivare c’è posto anche per la rondine che pone i suoi piccoli nel nido. Che tenerezza! È liberante poter guardare la realtà con gli occhi di chi coglie il particolare del nido, mentre vive in questo tempo di emergenza Covid-19 con numeri, distanze, regole, paure, incertezze, connessioni, limiti, solitudine.

Adesso possiamo uscire più liberamente e magari mentre camminiamo possiamo guardare bene intorno a noi e cogliere il particolare dei nidi, chissà magari ne troviamo uno proprio vicino a noi, come uno di quelli che ho trovato io per terra qualche giorno fa e che mi ha ispirata a scrivere questa riflessione. Se vi capita pensate a quel passero che con arte ha saputo costruire questo luogo accogliente per i suoi piccoli, ha saputo abitarlo per un tempo adeguato alla loro crescita e poi ha saputo lasciarlo andare per liberare la loro forza di volare.

Qualche passo di libertà:

 

  • Liberi da: allora se vuoi diventare più libero prova a individuare cosa ti trattiene e ti tiene in pugno, da cosa liberarti perché tu possa camminare con più leggerezza;

 

  • Liberi per: un nido è un modo per amare senza ritorno e fino a quando serve, esprime cura, tenerezza, attenzione all’altro, forse tu hai potuto sperimentare nella tua vita relazioni libere, nidi che ti hanno accolto e poi lanciato per spiccare il volo, prova a individuarli e a ringraziare, forse vorresti anche tu passare dall’altra parte e provare a costruire nidi per altri, prova a desiderarlo!

 

  • Prega il salmo 83 e chiedi al Signore la grazia di camminare per essere libero e liberante.

 

testo di sr Stefania Letizia fmGB 

 

Qui sotto il testo che puoi usare per la preghiera.

Il testo e l’audio della riflessione li puoi scaricare qui sotto.

approfondimenti

Un film assolutamente da vedere: Jojo Rabbit. Sul cammino di liberazione sia esteriore che interiore…dentro condizioni ostili…Guarda il trailer qui sotto.

11#parola:DISTANZA

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Distanza sociale, distanza di sicurezza, distanza fisica, distanza culturale, vari tipi di distanze possiamo sperimentare nella vita, in questo tempo Covid la parola distanza è tornata ad essere di gran moda, continuamente la usiamo, e la sentiamo usare coniugata in vari modi, in qualsiasi Tg, a qualsiasi ora!

Sappiamo che un metro è il minimo, che due sarebbero meglio, che proprio non vedersi sarebbe preferibile, sappiamo, anche se fatichiamo ad accoglierlo, che, se vogliamo bene, amiamo, noi e gli altri, l’Italia, è bene mantenere la distanza, sappiamo che, se si è congiunti la distanza può essere minore; non capiamo bene cosa o chi siano questi congiunti, ma a loro, se stanno nella stessa regione, è possibile avvicinarsi…sempre mantenendo la distanza!

Quante distanze nella nostra quotidianità! Oggi viviamo distanze “fisiche”, ma ordinariamente? Come non ricordarci che spesso coi vicini di casa, a volte addirittura coi famigliari non ci si saluta, non ci si conosce! Come non pensare che l’ultima volta che ho visitato la nonna forse era il Natale del 2018! Come non essere consapevoli che questi famosi congiunti, che oggi tanto bramiamo riabbracciare, forse da mesi non sentivamo neppure per telefono?

È vero, il corona virus ci ha chiusi in casa, ma forse le distanze le stavamo già mettendo noi senza bisogno di nessun DPCM.

Stare in casa, ormai non ne possiamo più, ci sta stretto già dal secondo giorno, forse perché il non poter fare tutto ciò che facevamo prima ci ha costretti a infrangere la più grande distanza, quella che spesso poniamo noi, la distanza con il nostro io più profondo, con la parte di noi che è lì nascosta dentro, da qualche parte, sepolta sotto un mare di paure, fallimenti, ferite, superficialità.

Questo tempo ha aperto la sbarra che impediva l’accesso all’area pericolosa, recintata col filo spinato. Non potendo passeggiare fuori spero che in tanti abbiamo deciso di partire per la gita dentro di noi, che in molti abbiamo preso lo zaino, le scarpe adatte e “fatto Pasquetta” lì nel fondo profondo di noi. Se ancora non l’abbiamo fatto è il momento di farsi coraggio e partire. Ce l’hai questo coraggio? Perché ci vuole coraggio ad entrare in se stessi, a conoscersi in profondità e scoprirsi in tutta la propria….bellezza! sì bellezza. Tu pensavi di trovare il niente, il vuoto, o solo cose che non vanno, invece puoi scoprire quanto ci tieni alla vita, quanto desideri amare, quanto cerchi il senso profondo delle relazioni, quanta spinta c’è in te nell’ affrontare le difficoltà.

Ci sono relazioni che vivono a distanza per anni, amici che non vedi, ma ritrovi e riscopri sempre presenti nella tua vita perché sono lì in quell’interiorità che custodisce. Ci sono famigliari, vicini, fidanzati che ti vivono accanto e non sanno nulla di te, non conoscono “i sentieri” per arrivare dentro.

Questo tempo Covid è il tempo per estirpare le erbacce e i rovi che bloccano la strada, per rivitalizzare i sentieri, per ricominciare a percorrerli e invitare a percorrerli, magari lasciando entrare quei vicini “fisici” a cui però la strada era inaccessibile.

Percorrendo questa strada “dentro” scopriremo che c’è un sentiero noto, c’è un incontro tanto atteso, c’è un Dio che lì ci attende, un Dio che per primo ha eliminato ogni distanza, ha superato i cieli, che non ha avuto paura di contagiarsi con noi pur sapendo che il contagio sarebbe stato mortale!

Percorrendo questo sentiero incontrerai uno sguardo che ti attende, Gesù che passa di là cercandoti, come ha fatto con Zaccheo il pubblicano che voleva vedere Gesù, ma non mischiarsi coi suoi concittadini, e sale su un albero, per vedere senza essere visto. Gesù però alza lo sguardo e incontra gli occhi di Zaccheo e lo invita a scendere e si invita a casa sua. Gesù accorcia le distanze, entra in una casa in cui nessuno voleva entrare, che tutti disprezzavano e tenevano a distanza. Accogliere Gesù a casa sua aiuta Zaccheo a rientrare in se stesso, a guardare dentro la sua storia, a scoprire un desiderio di bene, ad accorgersi di aver sbagliato e desiderare di ricominciare.

Pare che il tempo della “distanza totale” stia per finire, che pian piano ci si potrà riavvicinare, possa davvero averci aiutato, questo tempo, a mettere le buone distanze da ciò che non ci fa bene e a, lentamente, accorciare in noi le distanze con la parte più autentica del nostro essere.

 

 

  •   Prenditi del tempo per guardare quali sentieri sconosciuti o poco battuti hai percorso in questo tempo.

 

  • C’è una distanza fisica da rispettare, un metro o due, che fa bene, e c’è una distanza interiore, quella che poniamo noi stessi verso gli altri, che non fa bene. Prova a distinguere queste due distanze e a scrivere le persone che stanno in una lista o nell’altra. Poi individua dei passi di avvicinamento là dove senti che tieni distante l’altro.

 

  • Prega il brano suggerito ( Lc 19,1-10 ) e chiedi al Signore la grazia di accogliere Colui che vuole legarsi a te accorciando le distanze.

 

testo di sr Elena Ilaria fmGB

Qui sotto il testo che puoi usare per la preghiera.

Il testo e l’audio della riflessione li puoi scaricare qui sotto.

approfondimenti

Una storia che fa riflettere…

 

I porcospini

Alcuni porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò nuovamente a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali. Questo finché non riuscirono a trovare una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.

di ARTHUR SCHOPENHAUER

Ti consigliamo la lettura di un libro interessante: Il Principe e il pollo di Moni Ovadia.

Di cosa parla? In un lontano regno d’Oriente, nel bel mezzo di una festa, il figlio del re perde la ragione, e comincia a credersi un pollo. Senza abiti, zampetta sotto a un tavolo, nutrendosi solo di chicchi di grano. Che farà il re? Dottori e astrologi non sanno guarire il principe, e neppure il passare del tempo muta i suoi strani comportamenti. Nessun rimedio ragionevole sembra ottenere risultati. Ma infine giunge alla corte del re un vecchio saggio, che farà una cosa in apparenza irragionevole… Da un racconto del rabbi Nachman di Bratslav.

Un film da vedere: Ad un metro da te. Guarda il trailer qui sotto.

10#parola:CORAGGIO

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4 maggio 2020. Inizio della fase 2. Con tanta prudenza ci potremo affacciare fuori un po’ di più, ma senza ritrovare quella normalità di vita che abbiamo lasciato. E così si sta prolungando la stanchezza e la fatica di questa condizione. Forse a questo punto del lockdown stanno per finire le riserve delle buone intenzioni, della voglia di capire, del senso del dovere. Forse sono passate le grandi emozioni della paura e del dolore. Sono in dirittura di arrivo le risorse motivazionali, il desiderio e la fantasia, le ipotesi sul “dopo”. Inizia a essere lungo il tempo in cui ognuno, per come e quanto ha potuto, ha cercato un modo di pregare, di aver cura della propria vita spirituale, manca la messa, la confessione. E’ anche vero, credo, che da qualche parte dentro di noi, stiamo cercando qualcosa che ci dia slancio e gusto per continuare questo lungo cammino.

Vogliamo offrirvi una storia tratta dalla Bibbia (1Re 17,1-16) che può suggerire una chiave di lettura per dare nome a questo quid.

A Sarepta di Sidone, in un tempo di grande e prolungata siccità, viveva una vedova insieme al suo figlio. Un giorno, in quella città, arrivò Elia, anche lui assetato e affaticato. Andrò proprio lì perché il Signore gli aveva detto di andarci: avrebbe trovato aiuto e sostegno da una vedova. Elia chiese alla vedova dell’acqua. Per quanta siccità ci sia, si sa, un bicchiere d’acqua non si nega a nessuno. Ma mentre lei stava andando a prendere l’acqua, Elia chiese anche un pezzo di pane. Brivido. Rispose la vedova “per la vita del Signore, tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un po’ d’olio nell’orcio; ora raccolgo due pezzi di legno, dopo andrò a prepararne per me e per mio figlio: mangeremo e poi moriremo” (1Re 17,12). E’ tutto contato nella vita di questa donna: un pugno, un po’, due pezzi, un ultimo pasto insieme al figlio e poi la morte. Elia insistette dicendo di fare prima una piccola focaccia per lui e poi di proseguire preparandone altre per lei e per il figlio. Insistette perché il Signore Dio aveva parlato: “ la farina della giara non si esaurirà e l’olio nell’orcio non diminuirà fino al giorno in cui il Signore manderà la pioggia sulla faccia della terra” (1Re 17,14). Elia chiede per sé una focaccia piccola. E’ molto delicato perché sta condividendo la stessa paura di morire, chiede una focaccia mettendo in questa preghiera tutta la sua fede e la chiede piccola con la trepidazione di chi sa che il Signore compie la Parola che dice, ma non è mai una magia. L’opera del Signore comporta un’attesa, quasi una sospensione del tempo in cui uno si affaccia con tutta la sua fede perché sa di aver chiesto qualcosa di impossibile, che spesso, in questo caso con grande evidenza, compromette la vita dell’altro. La vedova obbedisce e fa come ha detto Elia. Da quel pugno di farina e da quel poco di olio cuoce focaccia per tutti: per lei, per Elia, per il figlio e per tutta la sua casa, per diversi giorni. Dalla richiesta di una focaccia piccola ecco l’abbondanza, ecco la vita per molti di più. E, come promesso, la farina della giara non venne meno e l’olio nell’orcio non diminuì.

Bella questa storia, vero? Siccità. Poca farina. Poco olio. Poca vita all’orizzonte. Una parola di Dio che smuove e gesti non previsti che diventano fecondi. Tornando a noi e alle riserve scarse. Cosa ci dice questo brano? 3 Cose. Speranza. Coraggio e preghiera.

Intanto questa storia ci può dare speranza.

 

Nessuna siccità tolga la fiducia nel chiedere anche ciò che sembra impossibile.

Nessun pensiero che stringe la prospettiva e punta l’occhio di bue del futuro più sulla morte che sulla vita, sia così forte da non cadere davanti all’annuncio di una parola di Dio che sempre promette vita, che sempre contiene salvezza.

Nessuna giara quasi vuota tolga dalla voglia di fare qualcosa da condividere, qualcosa che l’altro chiede.

Questa storia parla di coraggio. Elia ha avuto coraggio di obbedire al Signore, di fidarsi della sua parola e di affidare la sua vita a una persona che in apparenza era come lui se non peggio. La vedova ha avuto coraggio di dire la propria povertà ma di andare oltre a questa per un incontro di cui si è fidata, oltre la paura di morire.

E poi questo brano mette insieme la parola di Dio e la preghiera dell’uomo. Già nell’ultima riflessione (#novità) dicevamo che i semi di novità sono un dono che proviene da Gesù Risorto. Lo ripetiamo suggerendo che sono la Parola di Dio e la preghiera le strade per poter conoscere e ricevere quel dono che ci può rinnovare. Le riserve vuote di modi per affrontare la situazione si riempiono non perché autoproduciamo qualcosa ma perché il Signore attraverso la sua Parola promette che, nel pieno di un tempo di siccità, non ci mancherà ciò di cui abbiamo bisogno per vivere e per sostenere la vita degli altri, mettendo le nostre mani in pasta, con quel poco che è rimasto. Coraggio!

Qualche passo per ritrovare coraggio.

 

  • in questi mesi, quali risorse umane, spirituali, relazionali hai scoperto in te e ti hanno portato a compiere il bene? E invece, quali atteggiamenti non ti hanno aiutato? Ricordare questo serve a scegliere meglio come proseguire: quando ci sono poche risorse il rischio è confondere il bene con il facile, perciò è meglio ripercorrere strade già conosciute ed evitare ciò che sai già non esserti stato di aiuto.

 

  • prova a pregare con il brano 1Re 17,1-16, in allegato ti offriamo qualche suggerimento (scarica allegato “per la preghiera” qui sotto).

 

  •  prova a fare davvero una focaccia, anche piccola, da condividere con le persone con cui abiti per dire, attraverso un gesto di cura, tutto il desiderio di metterti nella nuova fase di questa pandemia vivendola pienamente e non sopravvivendo.

 

Testo di sr Cecilia fmGB

Qui sotto il testo che puoi usare per la preghiera.

Il testo e l’audio della riflessione li puoi scaricare qui sotto.

approfondimenti

Ti consigliamo di…Ascoltare questa canzone “il peso del coraggio” di Fiorella Mannoia

 Ti consigliamo di…Guardare il film “Ricomincio da capo”. Racconta di un uomo che vive una situazione assurda: ogni giorno gli capita di vivere la stessa giornata, la notte lo accompagnerà in una nuova mattina solo quando imparerà a guardare diversamente le cose che si ripetono. Vai al trailer del film da qui.

9#parola:NOVITA'

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Dopo settimane di isolamento tutti vorremmo che le cose cominciassero a cambiare, vorremmo un po’ di novità, un po’ di respiro. Invece le restrizioni ci ricordano che dobbiamo ancora attendere, pazientare. Cresce in noi una sensazione di immobilità e ci sembra che anche la nostra forza e la nostra speranza si stiano piano piano affievolendo. L’insicurezza è grande ed i programmi e le previsioni sui prossimi mesi si fanno sempre più precari. Eppure, anche in questa situazione di fragilità, di debolezza, c’è qualcosa che non va in ‘pausa’, che non si arresta, ma che si muove, che cammina: la tua vita interiore! E lì in questo mondo del cuore, dell’intelletto, dello spirito, che sempre ci è consentito di veder germogliare, nascere e crescere cose nuove. Perchè la novità non consiste nel ‘cosa’ vedi intorno a te…ma nel ‘come’ lo vedi, dai tuoi occhi!

Abbiamo passato la Pasqua da qualche giorno ormai, ma i suoi effetti non si esauriscono, non sono sotto controllo! Questi semi di novità ci sono non perché siamo noi che con sforzo li generiamo, ma, al contrario, è lo Spirito del Risorto che è all’opera nella nostra storia. Sempre ci è offerta la possibilità di aprire gli occhi per riconoscere il Signore in azione, oggi, proprio ora mentre stai leggendo. Quindi, se affermo che questo tempo è un tempo di novità allora…non sono una pazza! Però in effetti ci vuole una certa dose di follia, come quella di Francesco d’Assisi, per dare fiducia agli avvii, a ciò che inizia, ai primi passi….come non ricordarci di lui mentre si mette a fare il muratore a San Damiano? Francesco sapeva bene che ogni novità non dipende da cambiamenti esterni, da situazioni favorevoli, ma dal di dentro, da ciò che riconosciamo, assecondiamo e facciamo crescere nel nostro cuore. La realtà esteriore può anche rimanere la stessa, dura, difficile, ma il modo in cui affrontarla può essere radicalmente diverso!

E dove la trovo questa sorgente di novità? Per Francesco d’Assisi la novità della vita non è l’esito di un ragionamento ma ha origine da uno sguardo d’amore, quello del crocifisso a San Damiano. Il volto di quel crocifisso è bello, sereno, ha gli occhi aperti, perché attraversando la morte l’ha vinta e ora vive, per sempre. Anche per ciascuno di noi può iniziare una vita nuova da quello sguardo, se solo ci lasciassimo guardare e amare fin dove non ci sentiamo amabili, presentabili, apposto. Più volte forse ci è stata ripetuta questa frase: “il Signore non fa cose nuove ma fa nuove tutte le cose”. La nostra quotidianità può essere nuova se entriamo finalmente nella libertà dei figli di Dio infinitamente amati.

Il piccolo passo di oggi verso la vita nuova che sta germinando comincia dal chiederti che cosa sta frenando, limitando, imprigionando, il tuo cuore: la paura del contagio? Il dover stare chiuso in casa per colpa del covid-19? Il nuovo decreto del Ministero? La fase 2? Oppure…è una paura più nascosta? Un senso di inadeguatezza? La pesantezza del passato? Il confronto con gli altri? Il senso di colpa? Le aspettative dei tuoi genitori? Un sentimento di mancanza, di nostalgia? Il rancore o la rabbia verso qualcuno? Non so. L’elenco potrebbe continuare ma non è questo il nostro scopo.

Dopo aver dato nome a ciò che ci tiene in pugno, ciò che ci condiziona, proviamo a sollevare lo sguardo verso il volto di un Padre che ci ama e che conosce chi siamo veramente: figli amati. Questi occhi aperti e innamorati su di noi ci liberano, ci ridanno dignità, da lì nasce la novità della vita! Lui solo conosce il nostro nome e lo pronuncia con tenerezza: nulla può accusarci, nulla definirci, nulla separarci dal suo amore. Lo abbiamo sicuramente già sperimentato nella vita…davanti al volto di chi ci ama ci siamo sentiti nuovi, capaci di cose nuove e in grado di guardare il mondo attorno a noi con occhi nuovi anche se nulla era cambiato!

Nati dall’alto, dall’amore di Dio, possiamo fare gesti nuovi: accoglienza, gratuità, pazienza, fiducia…Possiamo persino guardarci allo specchio senza vergogna, timore, scetticismo e …sorridere! Sì, sorridere e ridere un po’ di noi stessi, prendersi un po’ alla leggera...è un vero propulsore di novità! Alcuni suggerimenti pratici per assecondare il ‘nuovo’ nella nostra vita al tempo del coronavirus…e oltre:

 

  • riconosci quali piccole o grandi prigioni rendono vecchia e appesantita la tua vita e entra nella tua interiorità dove lo sguardo del Padre ripete che sei un figlio/a amato/a, libero/a e nuovo/a. Magari prova a cercare proprio il volto del Crocifisso di San Damiano…

 

  •  fai caso a quelle volte in cui durante la giornata un tuo pensiero o una tua frase iniziano con : “ormai”, “non posso”, “non riesco”, “è troppo difficile”, “sono fatto/a così”…e prova a confidare questi pensieri al Signore, guardandolo … che cosa nasce da quegli occhi aperti?

 

Testo di sr Stefania Baneschi fmGB

Se vuoi, clicca qui sotto per scaricare una immagine del crocifisso di San Damiano!

approfondimenti

Un piccolo assaggio di cosa sia la vita interiore, spirituale, del cristiano è dipinta in maniera sintetica e profonda da un breve aneddoto raccontato da p. Ivan Rupnik. Clicca qui sotto per scaricare il testo.

Un libro che ti consigliamo di leggere è “Testa o cuore? L’arte del discernimento”  nel quale l’autore p. Gaetano Piccolo,  propone di mettere ordine nella propria vita, invitando pensieri e sentimenti a fare pace tra loro. Come? Attraverso la preghiera e il discernimento. Un cammino in cinque tappe per diventare più consapevoli di quello che si muove dentro.

8#parola:CONNESSIONI

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Connessione fa rima con relazione, vocazione e Risurrezione.

 

Siamo connessi tra noi, adesso molto più di prima, pur vivendo ognuno a casa sua. Sembra che ora questo sia l’unico modo per vivere in relazione agli altri e stiamo sperimentando che nemmeno il covid-19 ci può separare dagli altri. Ti sei accorto di quante videochiamate con Zoom, WhatsApp, e altre piattaforme stai facendo? Nel tempo precedente l’emergenza pandemia tutte queste connessioni erano considerate fughe virtuali e quante prediche ricevute in questo senso! Invece adesso che bisogna stare a casa, non si possono creare agglomerati, caso mai se si potrà uscire bisognerà mantenere la distanza di sicurezza, le connessioni sono diventate positive, canali comunicativi e relazionali “genuini”.

 

C’è un modo nuovo di vivere le connessioni. Al di là di essere cercatori di stimoli, al di là di passare il tempo, al di là della curiosità di sapere cosa fanno gli altri e come se la passano, c’è una spinta a uscire fuori e a stare in rete, sul pezzo, in piazza…o meglio in piattaforma per cercarsi. Abbiamo dentro di noi una sete profonda di relazioni. Non possiamo vivere senza, perché siamo fatti per l’altro.

Siamo chiamati a vivere le relazioni per amare ed essere amati, da figli di Dio risorti! Questo è il punto. A volte ci sentiamo smarriti e non sappiamo cosa ci stiamo a fare al mondo. Ognuno di noi ha le sue contraddizioni, i suoi bisogni, cerchiamo l’amore in tanti modi, ma poi ne abbiamo paura quando arriva. Amare ed essere amati è quel desiderio che si fa cammino per tutta la vita. Non arriveremo mai a raggiungere questa mèta: saremo sempre alla ricerca di tentativi, di nuove relazioni che smentiscano sbagli fatti, oppure in alcuni momenti ci sentiremo afflitti nel credere che per noi non ci sarà un’altra storia, perché non siamo capaci o non ce lo meritiamo; e poi via di nuovo uno slancio verso l’amore sognato. Saremo in cammino nell’amore sempre.

Ci rende felici vivere l’amore? Di più, l’amore ci rende gioiosi! Cosa c’è di più bello che andare a dormire con la consapevolezza di aver amato qualcuno, oppure cosa c’è di più triste che andare a dormire con la delusione di non aver amato nessuno o di aver consumato l’altro perché ci facesse star bene. Anche ora che siamo a casa possiamo amare qualcuno o possiamo scegliere di non amare nessuno . Non serve uscire fuori di casa per aspettare di amare. Non serve tornare ad abbracciarsi per amare, non serve poter uscire a cena fuori per amare qualcuno. Abbiamo tutte le possibilità di amare oggi!

In fondo uscire e incontrare gli altri potrebbe essere più un modo per cercare il divertimento e stare bene. Ma se pensiamo ai pochi attimi in cui abbiamo amato qualcuno, adesso ci rendiamo conto che abbiamo tante opportunità, pur stando nella distanza sociale: forse è stato proprio a casa quando tuo padre voleva vedere il telegiornale e tu una serie tv, invece di andartene in camera a fare quello che volevi, sei rimasto lì con lui a vedere il telegiornale e hai commentato con lui le notizie, scambiando la tua opinione con lui; oppure quando hai rinunciato ad uscire di casa per un impegno molto importante per te, perché questo avrebbe potuto procurare dei rischi di contagio per chi vive con te in casa ed è più fragile.

Siamo fatti per amare qualcuno e non per stare meglio!

In questa emergenza da pandemia, e consequenziale distanza fisica, stiamo facendo l’esperienza che possiamo voler bene agli altri e che addirittura ci sentiamo più vicini. Si può voler bene anche senza la presenza e la vicinanza fisica. In fondo stiamo a casa per evitare il contagio del virus, dato o ricevuto; teniamo la distanza di sicurezza non per rifiutare gli altri, ma per coltivare premura per il bene di se stessi e degli altri. Ci sentiamo quindi più attenti agli altri e più legati di prima. Ci vogliamo più bene proprio adesso che siamo fisicamente distanti. Stiamo capendo che voler bene non è solo presenza, ma anche distanza.

Il virus ci sta insegnando che ciascuno di noi può essere pericoloso per l’altro, questa prudenza sta cambiando anche il nostro modo di approcciarci agli altri. Impariamo così una certa diffidenza di noi stessi, un valore che nella nostra società non esiste, perché troppo improntata a coltivare una stima di sé
narcisistica, dove prima vengo io e le mie soddisfazioni personali e poi l’altro, che mi serve per soddisfarle. È una scoperta avere cura dell’altro evitando il contatto fisico per non rischiare di contagiarlo. Pensiamo a come stiamo proteggendo i più deboli, come gli anziani e i bambini. Allora possiamo vivere l’amore ovunque, anche nella distanza fisica, anche attraverso una connessione, anche stando a casa. L’amore è ciò che dà senso e felicità (è meglio dire gioia) alla nostra vita e quindi ci immette nella ricerca della nostra vocazione, come quel modo unico di amare dove siamo pienamente noi stessi.

Questa ricerca avviene sotto lo sguardo di un Padre che cura e promuove i suoi figli e in ogni morte, in ogni fallimento, in ogni peccato, in ogni tentativo imperfetto di amare li solleva e li rimette in piedi (stare in piedi è la postura di chi è risorto), perché possano continuare a camminare verso quell’amore per cui sono fatti. Quel cammino avviene così a testa alta, perché dentro c’è la certezza di essere sempre figli amati e risorti! Lo sottolineiamo meglio: i figli amati e risorti sono quelli che cadono, ma si lasciano sollevare da un amore più grande che li attira, quello del Padre, e fiduciosi si rimettono in cammino con la speranza che l’amore è più forte della morte.

 

Capite allora perché connessione non fa solo rima con relazione, vocazione e Risurrezione?

 

Se vuoi puoi connetterti meglio e prendere in mano la tua vita a partire dalle relazioni che vivi, questi piccoli passi possono farti passare dalla felicità alla gioia:

 

  •  Vai a vedere cosa sono le tue connessioni, risponditi con sincerità: sono incontri casuali, sono modi per passare il tempo, sono stimoli per provare piacere, sono incontri per giocare, sono appuntamenti desiderati per incontrare qualcuno, sono esperienze che ti cambiano, sono occasioni per interessarti di qualcuno e ascoltare l’altro, ecc…

 

  •  Un esercizio che potresti fare alla fine della giornata: prova a scrivere cosa hai vissuto nelle relazioni, prova ad ascoltare ciò che ti lascia gioia e ciò che ti lascia felicità. Come distinguere la gioia dalla felicità? La gioia resta dentro e diventa gratitudine, la felicità ti lascia soddisfatto per un breve momento poi passa, lasciandoti vuoto e triste.

 

Testo di sr Stefania Letizia fmGB

approfondimenti

 Ti consigliamo la lettura di questo scritto di Padre Ivan Rupnik sj che descrive la differenza tra una “gioia frizzante” e una “gioia silenziosa”…che dura! Scarica il testo qui sotto.

 Un video molto interessante e divertente di don Alberto Ravagnani, Come amare…. 

7#parola:RICUCIRE

RICUCIREweb

“Non si mette una toppa nuova su un vestito vecchio”, forse non tutti sanno che questo proverbio apparentemente “della nonna” in realtà è parola di Dio, lo dice Gesù nel vangelo!

Mi è venuta alla mente questa Parola perché la sensazione che provo forte in questo tempo è quella dello strappo! Siamo stati strappati bruscamente dal mondo, dalla vita sociale in cui ognuno aveva qualcosa da fare, un suo ruolo per essere rinchiusi in casa, un luogo che forse per la maggior parte di noi è caro, famigliare, ma in cui non è consueto “abitare” in questo modo: H24!

Sento forte lo strappo che questo virus ci impone: nelle relazioni, nello studio, nei progetti, nei desideri. La domanda che mi sorge è: e adesso che fare? Adesso che siamo dentro allo strappo, dentro quella parte di stoffa tutta sfilacciata, che fare?

Sembra proprio che, guardando al futuro incognito che ci aspetta, dovremo disobbedire al consiglio evangelico!

Sembra che il futuro sarà qualcosa di talmente nuovo che dovremo appiccicarlo al passato con un bel rammendo e avanti…

Futuro incognito?! Credo sia una delle banalissime caratteristiche del futuro quella di essere incognito, cioè a nessuno di noi è dato sapere del futuro, e questo, di per se, non è imputabile al corona virus.

Un futuro che “sa di passato” non ci piace! Gli adolescenti di tutte le latitudini ed epoche storiche hanno sognato e lottato per un futuro diverso dal loro presente, dal loro passato. Perché allora questa incognita oggi tanto ci angoscia? perché sentiamo forte lo strappo, perché non sappiamo stare in questo presente senza desiderare uscirne???

Forse a livello personale è più facile capire e accogliere che l’incognita sul futuro è una bella opportunità, che racchiude un desiderio di scoperta, io non so cosa mi capiterà domani o tra 10 anni e questo mi spinge a vivere, a desiderare, a progettare. A livello più ampio, della società, dello stato, del globo è più difficile da pensare. Dà sicurezza sapere che certe cose sono “certe”, che la scuola, con i suoi mille limiti e disuguaglianze, comunque c’è, che è sicuro che a giugno del quinto anno ci sono gli esami, c’è la MATURITA’, chi non la sogna? O meglio, chi non sogna di averla già passata? Sapere che posso uscire e andare al bar, dal medico, al cinema, in piscina, al mare e sapere che bar, cinema, scuola e mare saranno sempre lì aperti e disponibili ci dà sicurezza!

Oggi più nulla ci dà sicurezza! La parte del vestito che abbiamo indossato fino ad ora, che ci stava comodo, con cui ci sentivamo belli, a volte forse troppo lungo o troppo stretto, ma comunque nostro e sicuro, ora è diventato uno strappo, un pezzo rotto e per fare un nuovo abito ci mancano i pezzi, non abbiamo altra stoffa. Come ricucire con un pezzo nuovo? Come ricucire se questo pezzo di futuro, che intravedo, già in partenza mi sta antipatico, parla ancora di misure restrittive, parla di tempi lunghi, di cambiamento!!!

In questo momento la parola cambiamento mi fa pensare solo ai mammut! All’estinzione di quel mondo che conosco e amo per far spazio a qualcosa che non conosco, non amo e mi fa paura. Guardo questa casa di accoglienza appena ristrutturata e ripitturata e penso: quando ritorneranno i ragazzi? Ritorneranno i ragazzi?

I mammut e i dinosauri si sono estinti è vero! Ma l’uomo? L’uomo è sopravvissuto, anzi si è maggiormente sviluppato quello che poi diventerà l’homo sapiens (mi perdoni Piero Angela).

Questa è la bella notizia: l’uomo sopravvive ai cambiamenti, a quelli privati di gioia o di fatica e a quelli planetari!

L’uomo sopravvive ai cambiamenti, sa cucire pezzi di passato con novità inaspettate, sa ricucire il noto con l’ignoto, sa integrare storia e futuro e farsi un abito nuovo e creare nuova moda, nuova vita.

Penso a Francesco di Assisi che nella sua originalità e stravaganza giovanile cuciva pezzi pregiati con pezzi grezzi per abiti che lo mostrassero al mondo, e li indossava con tanta originalità e fantasia.

Ci potrà aiutare San Francesco a ricucire le nostre vite, ad entrare nella fase 2 o 3 o quante saranno queste fasi, ad entrarci non solo con la paura per l’ignoto che troveremo fuori dalla porta di casa, quando finalmente potremo aprirla, ma ad entrarci con speranza, con originalità, con desiderio, con un ago in mano e del filo colorato pronti a ricucire, come ognuno meglio saprà e potrà fare. Ci lasceremo aiutare da lui se andremo verso il futuro senza paura di sbilanciarci, di lasciare le sicurezze note e andare verso il nuovo con fiducia. Pronti a ricucire quella parte di vita vissuta fino a Febbraio 2020 e il nuovo, originale, diverso, strano, limitato, favorevole, stimolante che saremo tutti chiamati ad accogliere come futuro.

Per stare nello strappo senza essere strappati:

  • Prova a porre attenzione a ciò che oggi ti dà sicurezza.

 

  • Chiediti quali cose più temi di perdere.

 

  • Con quale filo colorato immagini di ricucire passato noto e futuro da scoprire.

 

Testo di sr Elena Ilaria

per approfondire

una poesia per te…

Rammendo, di Ingrid de Kok

Dentro e fuori, indietro, dall’altra parte.
Il gesto rituale congiunge la stoffa.
I punti sono i versi di un chirurgo,
un sigillo cinese, la pantomima

 

della stampa. Poi traccia. Poi scia rossa.

Crescono croste, stigmate dal filo.

Cronaca di cotone congelato.
Istogramma di lividi e ferite.

 

La donna è intenta alla sua antica arte.
L’ago congiunge mentre sfreccia,
e sfregia, scrive, segna, sutura,
il rammendo invisibile del cuore.

Come si fa a tenere bellezza con la fragilità? Ecco che vi presentiamo un progetto che ha dato vita ad una impresa sociale: PROGETTO QUID. Nel loro sito si descrivono così: “Quid nasce dalla volontà di sperimentare il reinserimento lavorativo di donne in difficoltà attraverso il loro impiego in attività produttive che rispondono alle logiche del mercato e che allo stesso tempo stimolano una partecipazione attiva alla bellezza e alla creatività.” Per saperne di più vi invitiamo ad ascoltare la testimonianza di Anna Fiscale, che ci parla della sua storia personale di fragilità:

Un’ esperienza bella che inoltre vi vogliamo segnalare è quella dell’Associazione IL PELLICANO di Perugia che opera nel settore dei disturbi alimentari e che propone un laboratorio di cucito in cui il fare aiuta a…vivere!Clicca sui link per scoprire la loro storia e la loro missione come Associazione.

6#parola: PASSIONE

post passione (1)

In questo periodo riceviamo tanti consigli e buona parte di essi ci presenta modi per sopravvivere al tempo. Come riempirlo, come farlo passare, cosa fare e cosa evitare di fare, valorizzare la memoria perché fa bene ricordare e sviluppare i desideri perché fa bene progettare. E la rete si sta riempiendo di tutorial “how to make..” per imparare a fare di tutto senza problemi. Comunque sia, probabilmente è vero per tutti che abbiamo più tempo perché si guadagna tutto quello che era compreso nello spostarsi per raggiungere luoghi e persone e tutto quello che era impiegato in lavori, attività e servizi che sono attualmente sospesi e annullati. Oggi la relazione con il tempo è diversa.

E’ tornata in voga la parola “hobby” e non la sentivo dire così tante volte da quando, a scuola, tra gli argomenti proposti nella sezione speaking del libro di inglese, non mancava mai la domanda: quali sono i tuoi hobby? E poteva succedere che fosse più difficile trovare la risposta che trovare in inglese le parole per esprimerla.

Al di là di quello che abbiamo inventato per fare l’esercizio chiacchierando con il nostro compagno di banco (e chissà quanto dovranno urlare gli studenti non appena si tornerà a scuola e i banchi saranno distanziati per ragioni di sicurezza), la frequenza della domanda fa pensare che sia scontato avere un hobby e che sia anche facile rispondere al volo. Ma nessuna di queste due cose è sempre così chiara. Il fatto è che un hobby non è solo il tentativo di accelerare il giro della lancetta dell’orologio, perché presto subentrerebbero noia e frustrazione. E’ molto di più se e in quanto permettiamo ad esso di entrare nella sfera del piacere e delle passioni, oppure guardando la stessa cosa nella direzione opposta, se e in quanto lasciamo che le passioni e il piacere plasmino qualcosa che possiamo fare nel tempo libero. La cosa allora si fa un po’ più seria e si spiega perché era così difficile rispondere alla domanda del libro di inglese. 

Essere appassionati vuol dire creare qualcosa con tutto noi stessi e va ben oltre fare quello che mi piace, non si tratta solo di vedere film o uscire tutte le sere per un aperitivo, non è solo questo. È molto di più. È mettere in gioco quello che ho dentro di me e che forse nemmeno io conosco, per questo è imbarazzante rispondere alla fatidica domanda: quali sono le tue passioni?  

Si tratta di entrare nel mondo dei desideri e dei talenti, ascoltarsi e provarsi in ciò che è sconosciuto ma attrae: può essere scrivere testi, costruire un oggetto con il legno, suonare uno strumento musicale, cantare, disegnare o dipingere, danzare, fare uno sport, cucinare… è qualcosa di personale, di intimo, che tiene insieme soddisfazione, gioia e curiosità. Fare qualcosa con passione placa i pensieri, fa percepire realizzazione, aumenta la fiducia in se stessi. Nello stesso tempo è uno sgambetto alla solitudine perché apre una via all’altro dentro di sé. Seguendo la propria passione, si cerca di tenere accesa la domanda sull’altro desiderando di raggiungerlo: chi è? Quali sono i suoi gusti, cosa gli piace? Cosa gli fa bene?

Agire con passione è appagante e per questo richiede anche delle pause e così, in un ritmo alternato tra coinvolgimento e distacco, tra produzione e contemplazione, si produce bellezza. Forse è proprio questo un indizio che aiuta a porsi sul crinale della passione piuttosto che su quello della fissazione: una pausa, nella quale, potendo guardare ciò che si fa un po’ da lontano, aumentando la consapevolezza di ciò che si sta facendo, ci si mette di nuovo in ascolto di sé e dell’altro.

Che sia una collezione di francobolli o un lavoro manuale, che sia specializzarsi in grafica web o avere cura di piante e o fiori, scrivere oppure… quello che stai già pensando perché ti conosci… prova a recuperare ciò che ti piace, ciò che ti appassiona. Ci fa bene in questo tempo applicarci con passione a qualcosa. Prenditi, prendiamoci del tempo per ascoltarci, favorendo questa benevolenza a noi stessi che diventa cura per l’altro. Siamo nel pieno della settimana di Pasqua, ovvero il giorno della resurrezione di Gesù, che accade dopo la sua morte, dopo la sua passione. Ecco fino a dove sa arrivare l’uomo che ama, che si dona, che si appassiona all’altro.

Vuoi scoprire i tuoi talenti e le tue passioni? Occorre vivere bene questa occasione che hai di stare a casa. Non avere fretta di riempire il tempo di cose da fare, prova a rallentare il ritmo quotidiano perché ciò che fai non sia solo attività esterna, produzione, hobby, ma qualcosa che nasce dalla passione, qualcosa che sia creativo, espressione di te e già attenzione all’altro. Non è facile, vi proponiamo qualche passo: 

 

  • Ascolta con più attenzione quello che senti e quello che ti interessa: di ciò che già fai cosa ti appassiona?

 

  • Prova a sperimentarti anche in attività nuove per conoscerti meglio.

 

  • Dove senti che il tuo cuore è più vivo e dove investi le tue energie con passione e con slancio?

 

testo di sr Cecilia fmGB

per approfondire

Ecco un testo molto bello di Madeleine Delbrel che ti può aiutare a riflettere…

 

LA PASSIONE DELLE PAZIENZE

 

La passione è anche nelle piccole cose, quelle a portata di mano, quelle che possono capitare proprio in casa …

 

La passione, la nostra passione, sì, noi l’attendiamo. Noi sappiamo che deve venire, e naturalmente intendiamo viverla con una certa grandezza.
Il sacrificio di noi stessi: noi non aspettiamo altro che ne scocchi l’ora.
Come un ceppo nel fuoco, così noi sappiamo di dover essere consumati. Come un filo di lana tagliato dalle forbici, così noi dobbiamo essere separati. Come un giovane animale che viene sgozzato, così noi dobbiamo essere uccisi.
La passione, noi l’attendiamo. Noi l’attendiamo, ed essa non viene.

Vengono, invece, le pazienze.
Le pazienze, queste briciole di passione, che hanno lo scopo di ucciderci lentamente per la tua gloria, di ucciderci senza la nostra gloria.

Fin dal mattino esse vengono davanti a noi:
sono i nostri nervi troppo scattanti o troppo lenti,
E’ l’autobus che passa affollato;
il latte che trabocca,
gli spazzacamini che vengono,
i bambini che imbrogliano tutto.
Sono gli invitati che nostro marito porta in casa e quell’amico che, proprio lui, non viene;
E’ il telefono che si scatena;
quelli che noi amiamo e non ci amano più;
E’ la voglia di tacere e il dover parlare,
E’ la voglia di parlare e la necessità  di tacere;
E’ voler uscire quando si è chiusi
e rimanere in casa quando bisogna uscire;
E’ il marito al quale vorremmo appoggiarci
e che diventa il più fragile dei bambini;
E’ il disgusto della nostra parte quotidiana,
E’ il desiderio febbrile di tutto quanto non ci appartiene.

Così vengono le nostre pazienze, in ranghi serrati o in fila indiana, e dimenticano sempre di dirci che sono il martirio preparato per noi.
E noi le lasciamo passare con disprezzo, aspettando – per dare la nostra vita – un’occasione che ne valga la pena.
Perché abbiamo dimenticato che come ci son rami che si distruggono col fuoco, così ci son tavole che i passi lentamente logorano e che cadono in fine segatura.
Perché abbiamo dimenticato che se ci sono fili di lana tagliati netti dalle forbici, ci son fili di maglia che giorno per giorno si consumano sul dorso di quelli che l’indossano.
Ogni riscatto è un martirio, ma non ogni martirio è sanguinoso: ce ne sono di sgranati da un capo all’altro della vita.
E’ la passione delle pazienze.

Ti consigliamo la visione di un simpatico film che potrebbe ispirarti…“Banana”

 La ricerca delle passioni può portarti davanti alla domanda sulla tua vocazione… vediamo come è accaduto in San Francesco!

5#parola: VITA

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Siamo in casa per proteggere la vita nostra e altrui. La sentiamo in questo tempo di coronavirus fortemente minacciata. Avvertiamo tutta la sua precarietà. Non è scontato vivere, non è scontato respirare. Chi è uscito dal tunnel della terapia intensiva ci racconta che l’esperienza di non riuscire a respirare ti lascia dentro un senso di morte. Respirare è vita! Tutti vogliamo vivere adesso, tutti siamo alleati da una parte, quella della vita. I numeri dei morti che ogni giorno vediamo nel bollettino sono un colpo al cuore, ci sentiamo sconfitti ancora una volta da un nemico invisibile e impietoso. Perché tanti morti? È una domanda che spesso ci facciamo. Questa domanda in realtà ne contiene un’altra: perché la morte? In fondo è questa la domanda che non ci fa dormire. E la morte sotto i nostri occhi fa a cazzotti con il nostro desiderio di vita.

Forse come non mai adesso sentiamo salire da dentro un’inquietudine tra limite e desiderio: che senso ha vivere se poi moriamo? Se la vita prima o poi deve fare i conti con la morte allora come è possibile darle tutta la dignità da renderla bella e significativa?

 

La vita non ce la siamo dati da noi stessi, l’abbiamo ricevuta. C’è un Padre che è all’origine del nostro esistere, desidera la vita per noi e continua a lavorare a nostro favore perché questa vita sia bella e feconda. Lui più che mai desidera darci la sua vita nel Figlio Gesù: “io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). La sua vita è tutta donata a noi, Lui è venuto e viene a salvarci, perché noi abbiamo vita. Lui è amante della vita e vive per noi, perché questa nostra vita possa essere liberata, possa essere sanata, possa essere ripristinata e possa fiorire e generare altra vita. A Lui piace la vita non c’è niente da fare. Se per caso avessimo dei dubbi in questo tempo nel cercare a tutti i costi il capro espiatorio, ecco non è Lui. Lui non vuole la morte di nessuno, Lui non vuole la sofferenza di nessuno. Lui vuole la vita e la salva sempre.

 

La vita è nella nostre mani, possiamo fare di lei quello che vogliamo, più o meno. Prima del coronavirus avevamo con un forte senso di onnipotenza per cui facevamo veramente quello che volevamo. Adesso facciamo l’esperienza che non possiamo fare tutto quello che vogliamo. Ma ora in questo limite, in questo spazio di casa, in questo tempo di pochi stimoli potremmo interrogarci sul senso da dare a questa vita.

 

In questo tempo vediamo emergere più che mai donne e uomini che vivono in prima linea. Persone che rischiano la vita per proteggere la vita degli altri. È un modello nuovo di persona che sta sotto i nostri riflettori. Non ci interessano più come prima le influencer che hanno un corpo super perfetto, uomini e donne immagine del momento, vip, persone importanti della moda, del cinema, dello sport, del successo facile. Ci pensate? Adesso tutti stiamo a guardare con ammirazione chi in ospedale sta salvando vite, pur con la precarietà della medicina e della scienza che non trovano le cure giuste per fermare questo essere microscopico.

Forse per ognuno di noi il coronavirus può segnare il tempo in cui scoprire la nostra chiamata a diventare chi vogliamo essere veramente. Vuoi continuare a vivere per te stesso oppure vuoi vivere per l’Altro/altro? C’è chi dice che quando finirà tutto ci vuole vedere sui prati a pomiciare e ubriacarci. Veramente vuoi tornare a vivere la vita come prima? C’è chi può insegnarci un nuovo modo di vivere, una vita amata e preziosa offerta per altre vite amate e preziose. Nel Vangelo Gesù dice: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore rimane solo; se invece muore produce molto frutto” (Gv 12,24). Hai mai letto il Vangelo? Perché in questo tempo non provi a leggerlo? Scoprirai Chi ha vissuto pienamente la vita e la donata per te.

In questo tempo prova a cercare la bellezza della tua vita:

 

  • scrivi com’è la tua vita oggi, su cosa hai puntato fino ad ora e su cosa vuoi puntare adesso; ti basta che il frigo sia pieno?

 

  • individua i tuoi desideri di vita e scrivili tutti;
    mettili in ordine e poi punta tutto sull’unico desiderio dove ti senti unificato, dove avverti una gioia profonda mista alla paura perché troppo grande e bello per essere vero!

Adesso va tanto di moda una domanda: la prima cosa che farai quando tutto sarà finito?

Invece di tornare a fare quello che facevi prima o invece di fare quello che fino ad ora non hai potuto fare, perché non uscire di casa per puntare sul desiderio scoperto in questo tempo e vivere più aperto e gettato verso un oltre che ti porta ad amare veramente e con tutto te stesso!

 

 

Testo di Sr Stefania Letizia fmGB

 

per approfondire

    Una bellissima riflessione sul senso della vita ce la offre Papa Francesco nel suo messaggio per la XXXV GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ 2020 ,“Giovane, dico a te, alzati!” (cfr Lc )

4#parola: REGOLE

Regole INSTAGRAM

Decreti, regole, norme, distanze di sicurezza, misure di protezione, assoluta urgenza, comprovata esigenza, sanzione e e poi un D.P.C.M che considera, notifica, rettifica, conferma, abolisce… e quindi io autocertifico, dichiaro…

Un tuffo in parole ed esperienze abbastanza inedite e allora, come alle volte serve fare, perché non ripartire dal significato di una parola? Sono andata a rivedere l’etimologia della parola regola. Il vocabolario online della Treccani alla voce “regola” inizia così: «règola s. f. [dal lat.regŭla(der. diregĕre, propr. «guidare diritto»), che significò dapprima “assicella di legno”»……

L’assicella di legno a cui si riferisce è quella che si usa ancora in agricoltura e anche nelle piante in casa e che serve a far crescere diritto un rametto quando ancora è sottile e fragile o comunque contro il rischio che si pieghi per il peso dei fiori e delle foglie. Mi viene in mente pensando alle orchidee, forse qualcuno più esperto (credo tanti tra voi, non ci vuole molto a essere più esperti di me in botanica e agricoltura…) sa aiutarsi con altri esempi.

E se provassimo a interpretare così le regole che stiamo ricevendo?

Per iniziare cerchiamo di allargare il pensiero, focalizzandoci non solo sulla regola che consegue direttamente dagli ultimi decreti “state a casa” ma cercando di spaziare. Ci sono le regole che nella vita ci hanno dato fastidio, altre che non abbiamo capito, altre che abbiamo infranto, altre che abbiamo dettato noi ad altri e, altre che, rispettate, ci hanno salvato.

Facendo un altro passo dobbiamo riconoscere che ci sono le regole della natura, della fisica, della biologia. E poi le regole sociali, relazionali, familiari… le regole dette e non dette… pare che tutto abbia un modo per “andare diritto” e che lì dove non c’è, come ad esempio in un bambino, questo venga dato, suggerito e alle volte imposto. Certamente c’è modo e modo, ma è evidente che le regole ci sono e servono e credo che tutti abbiamo fatto esperienza che ciò che ci aiuta a vivere rispettando le regole sia assumerle con consapevolezza.

Allora “stai a casa” che regola è? È una regola facile da capire, 3 parole dirette… però evidentemente non facile da attuare per le tante implicazioni che comporta, una tra tutte: non si può uscire. Questo genera immediatamente pensieri, reazioni, preoccupazioni, emozioni… e il rischio è che ci mettiamo nella posizione di chi solo subisce e che tenta di infrangerla.

Proviamo ad esplorarne un po’ il senso partendo dal suo fine: il bene comune, il bene dell’altro e il proprio (e lo sappiamo… in questa pandemia il bene è la vita). Questa regola è come un’assicella che ci vuol far crescere su queste tre coordinate, possiamo dire che questa regola ci può far crescere nelle relazioni, nel rispetto dell’altro, nel valore della vita, nell’amore.

Però non è facile. Lasciamoci aiutare da papa Francesco a capire il perché. Nell’enciclica “Laudato sii, sulla cura della casa comune”, afferma che sembra non sia possibile, a causa dell’egoismo, accettare che la realtà ponga un limite perché l’orizzonte di un “io chiuso” non include il bene comune e fa rispettare le norme solo nella misura in cui non contraddicono le proprie necessità. È solo nella capacità di uscire da sé che si può attribuire alle altre creature il loro valore, che si può diventare capaci di prendersi cura di qualcosa a vantaggio di altri.

Il Papa parla chiaro, cogliendo lo strato di fatica da compiere per amare, ma non ci abbandona in questa denuncia perché, successivamente, proclama la sua fiducia in ogni essere umano, in quanto capace di ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi e così superare l’individualismo. Proclama, con lo sguardo di Gesù, la fiducia in te. E ci presenta anche un’altra assicella, un Altro che sostiene la crescita nell’amore e dona forza nella lotta contro le proprie chiusure: il Signore che continua ad incoraggiare dal profondo del cuore l’apertura al bene, alla verità e alla bellezza.

Allora sembra che per amare non si possa improvvisare o essere spontanei, ma occorra imparare la sapienza di obbedire ad alcune regole (sì, anche “stai a casa”!) che mi orientino ad andare dritto verso l’amore. Ci hai mai pensato? Amore e regole possono diventare alleati. Forse sull’amore ci vuoi stare, ma sulle regole storci il naso.

In questo cammino non siamo soli, ma ci aiuta il Signore…ecco qualche passo di riflessione e azione:

  • Prova a ricordare: quali regole che hai ricevuto nella vita ti hanno reso più diritto, ti hanno permesso di crescere più forte… anche nella fatica di rispettarle?

 

  • Quale bene, verità, bellezza, capacità di reagire vedi germogliare in te e attorno a te, nei tuoi familiari a partire dalla regola che state provando a rispettare di restare a casa?

 

  • Qual è la tua regola di vita? Tu vuoi vivere per te stesso oppure vuoi vivere per l’Altro o gli altri?

 

Testo di sr Cecilia fmGB

per approfondire

Leggi il testo dell’enciclica di Papa Francesco “Laudato si'” specialmente nei numeri 204-208 di cui puoi scaricare il testo

    Ecco un video che ripercorre le parole di Papa Francesco nell’enciclica Laudato si’ :

  Per ridere…sul tema delle regole….ecco un video:

3#parola: INVISIBILE

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Questo tempo che stiamo vivendo, per molti aspetti subendo, che non abbiamo cercato, né tantomeno voluto passerà alla storia, forse, come la Guerra all’invisibile!
Un “essere”, un virus, invisibile ad occhio nudo, sta piegando e cambiando lo scenario del mondo intero. Tutto ciò a cui eravamo abituati e che amavamo: città piene di gente, strade affollate, locali, bar, chiese, libertà di movimento, rumori, ora tutto è vuoto e avvolto in un silenzio surreale.

 

L’invisibile si rende visibile, un virus si rende visibile riempiendo le stanze degli ospedali, accumulando morti senza funerali, l’invisibile si rende visibile svuotando le scuole, le strade, le palestre, gli scaffali dei supermercati, l’invisibile si rende visibile nascondendoci dietro mascherine, chiudendoci in casa. L’invisibile ci disorienta, ci rende impotenti, l’unico modo per combatterlo è stare, fermi, chiusi, isolati nelle nostre a volte “scomode” case. Saremmo forse pronti ad armarci, a partire per una guerra, a fare, fare, fare…questo invisibile ci chiede di stare.

L’invisibile…
Ci disorienta perché non si sa da dove arrivi: dalla Cina? da complotti americani? da un pipistrello? da Marte? da Dio?

Dio!
Ecco un Altro invisibile, l’Eterno Invisibile!

 

Forse allora questo tempo diventa opportunità per credere all’invisibile! Per credere alla potenza di ciò che non vedo, al profumo di un fiore, per credere all’amore che passa in uno sguardo, nel desiderio forte di un abbraccio che ora trattengo. Forse in questo tempo possiamo diventare capaci di allenare lo sguardo verso l’invisibile, scoprire che in me, nell’altro, l’invisibile è molto più del visibile, che in me, nell’altro, c’è una vita che scorre non vista, un mistero che supera qualsiasi sguardo. Possiamo in questo tempo allenarci a scoprire, come esploratori, come cercatori di tesori nascosti l’invisibile forza dell’amore di Dio che si rende visibile in una culla, in un pezzo di pane, che oggi non mi è dato e di cui forse sento la mancanza, che si rende visibile se lo sappiamo cercare, se so scorgere, oggi, nella mia vita “costretta” semi invisibili di Bene. È un tempo favorevole perché sembra che non possiamo fare nulla, è un tempo favorevole per trasformare questo nulla in vita, in preghiera, in un sorriso da lontano al vicino di casa, una telefonata da troppo rimandata, per stare davvero con le persone con cui abito, per mettere la fantasia e creatività a servizio di altri.Guerra all’invisibile può diventare oggi occasione per fare la pace con il visibile, per smetterla di odiare e incolpare Dio, il virus, il governo o chissà chi per ciò che mi manca e accogliere ciò che c’è, accogliere la mia famiglia, la mia storia, la mia fatica e il bene che posso vedere, che posso fare.

Dice il Piccolo principe che l’essenziale è invisibile agli occhi, ma oggi i nostri occhi vogliono vedere l’invisibile di Dio rendersi visibile nei nostri gesti.

Vogliamo credere che la potenza mite dell’invisibile Dio è più forte della potenza cieca dell’invisibile virus. Alcuni suggerimenti per scorgere l’invisibile nel visibile:

 

  •  fidarmi di chi in questo tempo mi dà indicazioni e suggerimenti anche se non mi piacciono (Governo, Istituzioni, genitori, amici);

 

  • provare a non restare a guardare la realtà sensibile e basta, ma scorgere ciò che conta e che spesso non si vede;

 

  • accogliere in ciò che vedo sotto i miei occhi la bellezza e la piccolezza di un Dio che vuole o opera per il bene.
    Tutti i gesti che farò o non farò mostreranno l’invisibile.

 

testo di Sr Elena Ilaria

per approfondire

  Un bel film per….per vedere oltre il visibile,
per guardare oltre i sensi,

per scorgere ciò che è nascosto, ma c’è! “Rosso come il cielo”

ross

guarda il video della canzone "Invisibile" di Ivano Fossati

La mano del cieco  di Pedro Salinas

I miei occhi vedono sull’albero,

il frutto maturo e fresco.

Le mie mani vanno certe

a coglierlo. Tu però,

tu però, mano di cieco,

che cosa fai ?

La mano gira, rigira

in aria; se si posa

su qualcosa di concreto,

fugge ad un tocco leggero

sensa arrivare mai a coglierlo.

Sempre aperta. E’ che non sa

chiudersi, è che il suo

è un ambire più  profondo

di quello degli occhi, ha

l’ambire di quella sfera

imperfetta che è il mondo,

del frutto per una mano

di cieco, ambire la luce

eterno ambire di stringere

l’inafferrabile.

Quando si stanca di inutili

deliri, tristemente,

se ne va in cerca dell’altra

e s’incrociano le mani

del cieco.

E solo così si calmano,

intrecciate,

legate ansia con ansia

e anelito con anelito.

Mano di cieco non è cieca:

una volontà la comanda,

non gli occhi del suo padrone.

2#parola: LIMITE

limite

 

Chiusi, costretti. Aumentano le restrizioni e facciamo fatica a fermarci, a stare dentro uno spazio, a dirci ‘no, non posso’. Le precauzioni piano piano sono diventate regole e poi…decreti, divieti. Molto velocemente alla nostra vita si sono imposti dei confini, frontiere, delle ‘zone’ pericolose o, in altre parole, dei limiti. E questo ci ha disorientato, sbandato. Non ci siamo abituati perché tutto il nostro mondo obbedisce ad un’altra regola, quella del ‘no limits’. Nella società, nell’economia, nella moda, nei mezzi di comunicazione, nelle relazioni, ovunque risuona l’imperativo: posso tutto se mi va e fino a quando mi va. Vuol dire che ha valore solo ciò che non ha limite, ciò che non si corrompe, ciò che è ‘perfetto’ secondo me, infallibile.

E poi, d’improvviso, ci ritroviamo spogliati, di tante cose: incontri, contatti, abitudini, programmi che saltano… Ci ritroviamo poveri e fragili. Fragili perché ci si può ammalare, fragili perché così isolati si può anche sparire, essere dimenticati. Fragili perché da soli si rischia di affogare in ciò che ‘mi manca’, di guardare solo quello che non ho, quello di cui non sono capace. Al tempo dell’epidemia del coronavirus…che lo accettiamo o no, ci ritroviamo a stare davanti a noi stessi, guardarci allo specchio e, forse, conoscerci senza maschere. Un esercizio bello di questo tempo potrebbe essere proprio il cominciare ad ascoltare la voce che sale dai nostri limiti, dalla nostra fragilità, e piano piano non averne più così paura. Occorre dargli udienza, trovargli un significato, il loro legittimo posto nella nostra storia. Ce lo insegna la natura: dalle potature esce la linfa vitale e da lì, da quella ferita, fiorisce nuova e feconda la bellezza.

Cos’è il limite? è tutto ciò che ci toglie l’aria, il respiro, ci stringe. E’ una diminuzione di vita, di gioia, di speranza, di slancio. Ma facciamo qualche esempio concreto… il primo limite è dato dal fatto che non scegliamo quando e come nascere e quando e come morire…il limite può essere un difetto (ad esempio fisico o legato al carattere, al temperamento), una incapacità, una debolezza (pensa ad esempio a quando cadiamo nello stesso errore o nello stesso peccato…). Riconosciamo il limite quando sentiamo di essere vulnerabili in un certo ambito della nostra vita (ad esempio la difficoltà ad accogliere un fallimento nello studio, o a vivere gli affetti in modo libero), oppure quando con dolore ci accorgiamo che ci manca ‘qualcosa’, un ‘di più’ per essere felici.

Per la sua etimologia limite significa ‘confine’. In realtà è la nostra condizione di creature, è ciò che ci permette di esistere, che ci dice che non siamo degli ‘assoluti’ ovvero che non abbiamo la vita in noi stessi ma che la riceviamo. Di per sé il limite non è qualcosa di negativo, caratterizza, insieme ai doni, la nostra unicità. Tuttavia può essere nocivo e velenoso quando lo trattiamo come un problema da eliminare al più presto. Gran parte della sofferenza che c’è nella nostra vita deriva dall’esserci abituati a trattare il limite come una barriera, quando viviamo rincorrendo il mito dell’autosufficienza e dell’autorealizzazione e ci convinciamo che solo superandolo, solo azzerandolo, raggiungeremo la felicità.

Ci può essere un modo per scorgere nei limiti la chiave del nostro fiorire, della nostra bellezza? Proviamo a fare alcuni passi:

 

  • Dare nome. Provare a individuare quel limite che in questo momento senti più urgente o che stai tentando di ‘camuffare’ con altro.

 

  • Chinarci sul limite con umiltà e pazienza, con tenerezza verso se stessi. Lasciamo da parte la durezza e inflessibilità che abbiamo verso noi stessi e ci sorprenderà piacevolmente la leggerezza e delicatezza che conquisteremo anche nella relazione con gli altri.

 

  •  Lasciarsi amare. Proprio lì dove ci sentiamo senza meriti o qualità…scoprire che l’Amore ci inonda gratuitamente, forse attraverso il gesto semplice e disinteressato di un fratello che ci è accanto. La misericordia di Dio si riversa sulla nostra debolezza, ne è attratta. E se conosci questo Amore, puoi ripetere “quando sono debole, allora sono forte” (2 Cor 12,10).

 

  •  Fare strada. I limiti non possono scomparire ma dobbiamo decidere di incamminarci e con essi fare strada, lavorare pazientemente su noi stessi, accompagnarli a crescere, a maturare. Non sono il finale della storia ma punti di avvio, l’inizio di un percorso che mi fa uscire da me per adare oltre, verso l’ a/Altro. Non sono stop ma insospettabili (ri)partenze. Questo limite dove mi spinge?

 

  • Restare aperti, pronti al nuovo lavorando in sinergia con Dio. I limiti possono diventare quel terreno disponibile dove invocare lo Spirito e, dove, non bastando a noi stessi, finalmente ci arrendiamo…all’infinita fantasia di Dio che ‘traffica ‘sempre con le piccole cose che gli offriamo.

 

  • Gustare l’attesa. Possiamo correre il rischio di vivere il limite come una condanna, un destino. Certo, non lo abbiamo deciso o scelto noi, ma lo ritroviamo nella nostra storia come inciampo, una zavorra, una macchia. Eppure se non lo fissiamo come un nemico ma lo guardiamo come un inconsapevole alleato può diventare il messaggero della più bella notizia: siamo fatti per la pienezza, un ‘tutto’, un ‘per sempre’, un ‘definitivamente’…verso cui sporgersi, verso cui spingere lo sguardo già da qui, da adesso. Finiranno le nostre attese, ciò che ci manca avrà finalmente un senso, verrà riempito, compiuto. E chissà che i nostri i limiti siano quel balcone da cui affacciarsi, con tremore e impazienza, per poter guardare oltre alla Vita vera, che verrà, senza fine.

 

testo di Sr Stefania Baneschi fmGB

Una ragazza ci racconta...cosa FIORISCE in questo tempo!

Ritornate a me con tutto il cuore (Gl 2, 12)

foto marta

foto scattata da Marta

Questo versetto del libro di Gioele, tra le letture del Mercoledì delle Ceneri, racchiude essenzialmente questo momento che stiamo vivendo, per me.

Quando l’ho letto, quel mercoledì, nel mio paese, in provincia di Como, erano già state chiuse scuole, università, chiese, cinema, palestre, eccetera eccetera eccetera. Negli ultimi mesi avevo sempre più perso l’abitudine di dedicare del tempo “pieno” all’incontro con Dio, facendo un po’ di corsa, senza fermarmi mai veramente. Questo invito, arrivato in un tempo così particolare, ha dato una direzione su come (provare) a stare in un questa situazione.

La quarantena, che qui è arrivata gradualmente, si sta dimostrando una grazia, per certi versi. Una grazia, nell’ottica di poter scegliere di fermarsi a fare ordine, a fare silenzio, in ascolto.
Nell’impotenza di fondo che vivo di fronte alle parole di amici che lavorano in ospedale, alle testimonianze che si leggono, alle notizie che ci bombardano con numeri spaventosi, sento che l’unica cosa che posso fare è affidare nel mio cuore tutta la mia compassione, il mio dolore al Signore.

 

Nel profondo del cuore, e nello stare davanti a Dio, ritrovo l’unico modo per fare sì che questo tempo non mi scivoli addosso, ma possa, fosse pure poco, dare frutto. Anche in famiglia non ci sono più grandi impegni o scuse, e la sera ci ritroviamo insieme per il rosario.

 

Non è facile, io tendenzialmente di fronte alle ore libere mi perdo come in un bicchier d’acqua.
Neanche le mille proposte che arrivano da ogni dove su cosa fare mi aiutano molto. Mi sono sentita un po’ sopraffatta, con in testa tutte le cose che ho sempre voluto fare e non ho mai fatto, dicendomi che era il momento per farle tutte tutte tutte, assolutamente.

 

Ecco, no. Cioè, magari sì, ma con calma!
Per ora, cerco di alzarmi ogni giorno e fare una cosa alla volta, e piano piano le giornate prendono il loro ritmo.

Marta (Como)

22 Marzo 2020

altri spunti per approfondire...

 Bellissime riflessioni su fragilità e bellezza li trovi in un articolo di Simona Chierici “Attraverso la fragilità” e di Chiara Scardicchio “Prendersi cura tra fragilità e bellezza”  oppure la testimonianza di Federico De Rosa sul mondo dell’autismo. Trovi  tutto nel sito della rivista VOCAZIONI a cura dell’Ufficio nazionale per la pastorale delle vocazioni.

 Un articolo sulla fragilità di Gesù di Angelo Casati. Vai all’articolo

Il cortometraggio ispirato al libro di Alessandro D’Avenia “L’arte di essere fragili”.

…per pregare….

“ Chiesi a Dio di essere forte per eseguire progetti grandiosi:
Egli mi rese debole per conservarmi nell’umiltà.
Domandai a Dio che mi desse la salute per realizzare grandi imprese: Egli mi ha dato il dolore per comprenderla meglio.

Gli domandai la ricchezza per possedere tutto:
mi ha fatto povero per non essere egoista.
Gli domandai il potere perché gli uomini avessero bisogno di me:
Egli mi ha dato l’umiliazione perché io avessi bisogno di loro.

Domandai a Dio tutto per godere la vita:
mi ha lasciato la vita perché potessi apprezzare tutto.
Signore, non ho ricevuto niente di quello che chiedevo,
ma mi hai dato tutto quello di cui avevo bisogno e quasi contro la mia volontà. Le preghiere che non feci furono esaudite.
Sii lodato, o mio Signore, fra tutti gli uomini
nessuno possiede quello che io ho!”

Kirk Kilgour

vedi le parole precedenti

1#parola: SOLITUDINE

una parola INST

Mentre passano i giorni, i numeri dei contagi aumentano, i divieti pure, ci sentiamo stretti dentro le mura di casa, con sempre meno possibilità di portare avanti le nostre occupazioni, di incontrare persone e stare insieme, tutte cose che di solito ci impegnano durante la giornata e che ci fanno sentire vivi.

Ci alziamo la mattina e ci chiediamo: cosa faccio oggi? Dobbiamo inventarci modi nuovi per passare questo giorno dentro casa.

Ci dicono che stiamo facendo una guerra contro un virus invisibile. Ma è vero? Contro chi o cosa stiamo combattendo? Certamente queste restrizioni che ogni giorno ci vengono date servono per contenere il nemico e per proteggere chi è più debole, cercare il più possibile di non aumentare il numero dei contagi e quindi aiutare chi lavora negli ospedali e sta in prima linea a combattere questa guerra. Tutto qui?

C’è un’altra battaglia che stiamo vivendo. Si chiama solitudine. Combattiamo per non sentirci soli, combattiamo per non ascoltare quel vuoto che sale da dentro e che ogni giorno cerchiamo di tarpare facendo tante cose.

Quanti abbracci, baci dati prima del coronavirus solo per non sentirsi soli, quanti appuntamenti presi con un amico per non ascoltare quel vuoto dentro. Quante attività ludiche o sportive per distrarsi e non pensare. Quante fughe fuori di noi. Questa guerra adesso si fa più dura del solito. Sembra metterci davanti a un bivio: continuare a lottare contro la solitudine riempiendo la nostra giornata di cose da fare: connessioni, lavoro e studio, cibo, film, giochi, intrattenimenti, oppure arrenderci alla solitudine e guardarla come una possibilità per farsi le domande vere.

Prova! Proviamo a stare soli. Proviamo ad ascoltare ciò che portiamo dentro di noi e che ci muove verso un oltre che è fuori di noi. Prendiamo per mano la solitudine: rallentiamo il nostro fare ansioso, proviamo a disconnetterci, fermiamoci a guardare la primavera in arrivo, ascoltiamo il nostro corpo, le nostre emozioni, ascoltiamo il nostro respiro ( paura di morire, paura di ammalarsi, paura di perdere qualcuno di caro, paura di restare soli; rabbia di non poter uscire, rabbia di sentirsi impotenti, rabbia di non poter fare quello che voglio; smarrimento per non sapere come vivere questo tempo, smarrimento verso il futuro), troviamo casa dentro di noi, arriviamo al cuore, a quel luogo dove siamo noi stessi, dove ci sono i nostri sentimenti e desideri profondi (meraviglia perché sono vivo, gusto per un piatto preparato da qualcuno, gratitudine per uno sguardo di bontà o per un attenzione ricevuta, gioia per aver servito e amato chi mi sta accanto, compassione per chi sta soffrendo, desiderio di amare e di essere in quel posto dove poter sprigionare tutta la vita per offrirla a qualcuno)

Cosa resta? Cosa vale? Anche se sto a casa tutto il giorno, anche se non esco e non sto con gli amici, anche se non do un bacio, anche se non posso programmare il mio futuro, anche se non vedo la fine di questa epidemia, posso guardare più in profondità e cercare il fine della mia vita. Per chi vivo? Chi voglio amare? Nella solitudine possiamo fare 3 cose, anzi 4:

  •  restare senza scappare
  • ritrovare il senso delle nostre relazioni: scoprirle come un dono per poter amare ed essere amati
  •  lasciare andare chi o cosa ci serve solo per riempire un vuoto
  •  riscoprire la presenza del Signore che non ci toglie dalla solitudine, ma viene ad abitare là dovevogliamo che sia, con Lui possiamo desiderare una vita piena e protesa nel dono.

 

testo di sr Stefania Letizia fmGB

Altri spunti per approfondire

Una riflessione sul Silenzio di Carlo Carretto

Etty Hillesum e il senso di ogni cosa: ecco alcune citazioni…

per pregare

IO RESTO A CASA, SIGNORE

 Io resto a casa, Signore!
Ed oggi mi accorgo che, anche questo,
me lo hai insegnato Tu
rimanendo, in obbedienza al Padre,
per trent’anni nella casa di Nazareth
in attesa della grande missione.
Io resto a casa, Signore!
E nella bottega di Giuseppe,
tuo e mio custode,
imparo a lavorare, ad obbedire,
per smussare gli spigoli della mia vita
e approntare un’opera d’arte per Te.
Io resto a casa Signore,
E so di non essere solo
perché Maria, come ogni mamma,
è di là a sbrigare le faccende
e a preparare il pranzo per noi,
tutti famiglia di Dio.

Io resto a casa, Signore!
E responsabilmente lo faccio per il mio bene,
per la salute della mia città, dei miei cari,
e per il bene di mio fratello
che Tu mi hai messo accanto
chiedendomi di custodirlo
nel giardino della vita.
Io resto a casa, Signore!
E, nel silenzio di Nazareth,
mi impegno a pregare, a leggere,
a studiare, a meditare,
ad essere utile con piccoli lavoretti
per rendere più bella e accogliente la nostra casa.
Io resto a casa, Signore!
E al mattino Ti ringrazio
per il nuovo giorno che mi doni,
cercando di non sciuparlo
e accoglierlo con stupore
come un regalo e una sorpresa di Pasqua.
Io resto a casa, Signore!
E a mezzogiorno riceverò di nuovo
il saluto dell’Angelo,
mi farò servo per amore,
in comunione con Te
che ti sei fatto carne per abitare in mezzo a noi;
e, affaticato per il viaggio,
sitibondo Ti incontrerò
presso il pozzo di Giacobbe,
e assetato d’amore sulla Croce.
Io resto a casa, Signore!
E se a sera mi prenderà
un po’ di malinconia,
ti invocherò come i discepoli di Emmaus:
Resta con noi, perché si fa sera
e il giorno è ormai al tramonto.
Io resto a casa, Signore!
E nella notte,
in comunione orante con i tanti malati
e le persone sole,
attenderò l’aurora
per cantare ancora la tua misericordia
e dire a tutti che,
nelle tempeste,
Tu sei stato il mio rifugio.
Io resto a casa, Signore!
E non mi sento solo e abbandonato,
perché Tu mi hai detto:
Io sono con voi tutti i giorni.
Sì, e soprattutto in questi giorni
di smarrimento, o Signore,
nei quali, se non sarà necessaria la mia presenza,
raggiungerò ognuno con le sole ali della preghiera.
Amen.